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Foto in evidenza di Rosellina Garbo
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Teatro Massimo, la prima del Götterdämmerung

In un giovedì pomeriggio qualsiasi per la metropoli palermitana, in quello spazio consacrato alla musica che è il teatro Massimo inizia uno degli eventi più attesi dell’anno, la prima del Götterdämmerung, la prima delle prime.

I più appassionati e l’intera città aspettavano questo evento con trepidazione.

Da una parte perché dopo 4 anni dall’inizio delle rappresentazioni del Ring, dirette da Graham Vick, ieri è  arrivato l’atto finale. Una tetralogia che mancava dalle scene palermitane da quarantacinque anni. Un “Crepuscolo degli Dei” rappresentato a Palermo per la terza volta nella storia (la prima volta fu nel 1911 e la seconda nel 1971).

Dall’altra parte perché le politiche di promozione del teatro hanno prodotto un’attesa senza precedenti, in special modo grazie agli stupendi video mapping che hanno reso:  il teatro un palco scenico e il centro storico un teatro.

Lo spettacolo inizia, decisamente prima dell’entrata del direttore d’orchestra, il poliedrico e mirabile Stefan Anton Reck, quando il teatro comincia a popolarsi.

corista in plateaVa in scena lo opera della mondanità con un capitale umano variopinto per età, per stile, per gusti. Un simpatico agone, di personalità, di particolari, di titoli, riservato da ogni prima che contribuisce a rendere unica l’attesa dello spettatore, sottoposto come accadrà di lì a poco, alla catarsi, alla sympatheia, nei confronti dell’umano che va in scena.

Va in platea… un’età, un’epoca e fors’anche un modello sociale da cui un ventenne non può che sentire la distanza generazionale. Una distanza dalla borghesia delle pellicce e degli ermellini che Graham Vick non è stato dimentico di mettere in scena – se non addirittura di prendere garbatamente in giro – con coro dei Ghibicundi, nella componente femminile, che dalla platea ha cantato. Onirico presagio dell’avvenire, il crepuscolo delle pellicce. Il crepuscolo di una classe che si affievolisce con l’avanzare di un duemila quanto mai all’insegna dell’incertezza come quello che domina la  fine del Ring wagneriano. Una critica alla borghesia forse, un monito ai giovani, rappresentati dai più 300 spettatori Under 35,  di certo.

Uno spettacolo pieno di particolari scenici e musicali inenarrabili che con la loro forza rapiscono. L’anello si chiude. Nell’economia della tetralogia tutto torna.

Dal MiB minore contemporaneo con il DoB maggiore prime  note dello spartito che fanno eco al MiB dell’inizio de “l’Oro del Reno” e che segnano l’inizio di una nuova creazione. Alla chiusura con il tema musicale della Redenzione con cui Wagner lascia presagire la  vittoria della speranza sul nichilismo se la morte che vince sovrana sul regno del palco non resti vana.

Tutto è accuratamente studiato affinché dal lavorio dei ventisei anni di composizione che Wagner dedicò al “Crepuscolo degli Dei” nulla vada perduto. Affinché si riveli in tutta la sua superbia la “tremenda attualità dell’Anello”!

Dalla forza del destino che le Norne nel prologo preparano come dinamite pronta a saltare in aria, passando per il patto fraterno, con ardente santino, tra Siegfried (Christian Voigt) e Gunther (Eric Greene) che evoca più funesti giuramenti, i primi due atti sono un crescendo scenico di vitalità che troverà il suo culmine nel terzo atto, quando, senza veli,  il Teatro Massimo in tutta la sua profondità assisterà alla fine.

La pira ardente da cui bruceranno Brünnhilde (Iréne Theorin, tra le migliori interpreti wagneriane viventi) e il suo sposo Siegfried  a cui viene reso il commiato dei mimi, supremi interpreti della natura e della sua forza è la rappresentazione metadrammatica della fine.

Commiato che non è altro che l’omaggio della storia del Ring, nelle sue precedenti sceneggiature, alla vincitrice della tetralogia, l’inesorabile forza della vita di cui la morte è l’estremo passaggio.

Metadrammatica fine perchè la fine vera della storia è la morte di Siegfried e perché la conclusione  scenica del Ring è un nuovo inizio. Mentre spinge la parete con su scritto “Dio è Morto” – ad indicare il dovere di non arrendersi – lo testimonia Brünnhilde, donna redentrice e la martire del necessario scambio tra Thanatos ed Eros, le forze che dal loro scontrarsi garantiscono il rinascere della vita, circolare come l’ anello.

20160128_230134Alle ore 23.00, con il sipario che si chiude dopo dieci minuti di applauso, dedicato sul finire a dei piccolissimi interpreti, si chiude una pagina unica per la storia del Teatro Massimo, finissima per la storia delle interpretazioni wagneriane in Italia.

Ben impressa è l’impronta, nell’animo del Sigfrido che è dentro ognuno di noi, chiamati a tradurre in realtà l’invito del chiuso sipario: vivere la propria vita da registi!

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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