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Particolare dell'affresco sul soffitto dell'aula magna della facoltà di Giurisprudenza a Palermo
Particolare dell'affresco sul soffitto dell'aula magna della facoltà di Giurisprudenza a Palermo

Sulla crisi degli studi giuridici

Il 14 febbraio il sito dell’associazione-redazione ROARS (Return On Academic ReSearch) ha pubblicato un articolo sul declino degli studi giuridici in Italia dal titolo: “Il diritto non abita più qui: la crisi degli studi giuridici tra dati e domande” a firma di Roberto Caso.

Un titolo inquietante per il paese che del diritto è reputata come patria eletta, ma suffragato da numerosi dati.

 “ A livello nazionale gli immatricolati nei corsi di studio delle lauree magistrali in Giurisprudenza (LMG/01) – lauree che costituiscono titolo necessario per l’avvocatura, il notariato e la magistratura – erano 28.837 nell’anno accademico 2006/2007, 19.257 nell’a.a. 2014/2015. Complessivamente, sommando il numero di immatricolati ai corsi per le lauree triennali di scienze giuridiche e di scienze dei servizi giuridici nonché per le lauree magistrali, nel 2006/2007 si iscrivevano a corsi giuridici 34.817 studenti. Nel 2014/2015 sommando magistrali e triennale in scienze dei servizi giuridici si arriva a 22.150. In meno di dieci anni la formazione universitaria negli studi giuridici ha perso 12.667 immatricolati, cioè si è ridotta di più di un terzo.”

Dopo avere analizzato i  dati sul crollo delle immatricolazioni nei corsi di laurea in Giurisprudenza, l’autore tratta dei dati occupazionali. Infine, dopo una premessa su quanto evince dal Rapporto della Fondazione RES 2015 “Nuovi divari. Un’indagine sulle università del nord e del sud”,  avanza una riflessione sulle possibili cause della crisi degli studi giuridici.

Il primo risultato di questa ricerca eziologica ha natura economica.  Gli studi giuridici sono in calo per una “bolla formativa”: essa consiste nell’eccesso di formazione giuridica a cui si è assistito nei decenni passati, che ha causato un eccesso di risposta alla domanda del mercato con un conseguente abbassamento dei costi che infine ha reso le professioni giuridiche meno appetibili.

Un’altra possibile causa sarebbe la contrazione della pubblica amministrazione italiana. Gli studi giuridici vedrebbero infatti tra i più naturali approdi lavorativi quelli all’interno delle amministrazioni dello stato. La tesi non è accompagnata dai dati ma non risulta poco credibile.

Una terza ipotesi consisterebbe nel fatto che gli studi giuridici hanno perso prestigio  e  autorevolezza cosicché “in una società che pare magnificare altri saperi, il diritto e la giustizia hanno ancora un ruolo di primo piano”.

Infine un’ultima ipotesi è rintracciata nell’inadeguatezza della formazione giuridica. Sul tema l’autore scrive: “Le facoltà di giurisprudenza rappresentano i luoghi in cui apprendere la cultura della democrazia, del principio di legalità e del controllo del potere. Il laureato in giurisprudenza dovrebbe, perciò, essere una figura di alto livello professionale, con una solida cultura di base, allenato all’esercizio dello spirito critico, formato alla dimensione internazionale e comparativa del diritto e al dialogo con altri saperi (interdisciplinarità), nonché consapevole della grande responsabilità etica che il giurista reca sulle proprie spalle.

In questa prospettiva, una società con complessità, divari, tensioni e instabilità crescenti dovrebbe sentire la necessità di più (e non di meno) diritto. Forse però questo diritto ha bisogno non solo di avvocati, notai, magistrati, e funzionari degli apparati pubblici ma anche di molteplici differenti figure sintetizzabili nella formula del problem solver. A riguardo bisognerebbe seriamente interrogarsi sul senso che ha in questo momento storico una formazione appiattita sull’apprendimento di saperi scientifico disciplinari (diritto privato, diritto costituzionale, diritto penale ecc.) e del diritto positivo (il diritto posto dalle leggi).”

La proposta ivi offerta da Caso è quella di riconfigurare gli insegnamenti sulla scorta delle esigenze pratiche dei futuri giuristi sacrificando l’acquisizione di alcuni contenuti al fine di aumentare l’acquisizioni di abilità.

I temi dello studio risultano particolarmente cari agli studenti di Giurisprudenza anch’essi divisi dalla visione di cosa sia meglio. Nei dibattiti tra colleghi non mancano gli assertori della tesi che è bene abbandonare i piani di studio in cui siano trattate più branche del diritto possibili e quelli che dall’altra parte non vedono di buon occhio percorsi di specializzazione in una singola branca della formazione giuridica.

Tutti convergono nell’auspicare la nascita di corsi che forniscano maggiori strumenti pratici alla formazione giuridica.

Una buona mediazione tra queste esigenze si avrà dal prossimo anno accademico nell’Università degli studi di Palermo ove si prevede chi i corsi di laurea magistrale in Giurisprudenza si avviino verso una formula 4+1 in cui i primi quattro anni insistono in un corso tradizionale e l’ultimo anno in corsi formanti in determinate aree del sapere giuridico.

Di certo l’avvio di questa riforma necessiterà di ulteriori sforzi. Sforzi, anche e soprattutto, nella capacità che i giuristi avranno di configurare le proprie competenze. Per quanto vero possa essere che gli studi giuridici perdano prestigio è altrettanto vero che il diritto costituisce sempre di più la linfa vitale del corpo sociale. Ogni azione umana si incrocia con delle statuizioni. È pertanto impossibile immaginare che mentre l’importanza del diritto cresce diminuiscano i suoi interpreti. Dagli esiti di un tal processo il corpo sociale si priverebbe del suo farmaco.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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