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Sentenza della Cassazione: si può dire “la Sicilia è mafiosa”

Quasi per un triste gioco della sorte, nel giorno successivo all’intervista da parte di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina, la Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni di una sentenza, la 6785 della Terza Sezione Civile (clicca qui per leggerne il testo), in cui viene affermato che non è diffamazione parlare della Sicilia come terra mafiosa, assistenzialista, priva di qualsiasi bellezza e nel più grave degrado sociale.

Più in generale non è diffamante ma “corrisponde al legittimo esercizio del diritto di libertà di insegnamento, garantito dall’art. 33 della Costituzione, l’impiego, in un libro di testo destinato a studenti di scuola media inferiore e quindi ad essere adottato da un docente e studiato sotto la sua direzione, di espressioni e di giudizi generali nel loro complesso perentoriamente negativi sulle condizioni e sulla complessiva realtà socioeconomica di un’intera regione”.

Possibile, sì, ma solo se “con un sufficiente richiamo ai contesti storici e di cronaca anche recenti … purché appunto le une e le altre oggettivamente corretti e rispondenti almeno in linea di massima a fatti storicamente veri”.

La decisione è stata assunta alla fine di un lungo procedimento giudiziario, nei tre gradi di giudizio, che ha visto contendere la Presidenza della Regione Siciliana, come rappresentante dei siciliani, e la casa editrice Principato S.p.A. con gli autori Alida Ines Ardemagni, Francesco Mambretti e Giovanni Silvera.

Oggetto del contendere erano dei brani di un libro di geografia, “GEO Italia – Le regioni” (alle pagine 12, 196, 201 e 202) nei quali si esprimevano i concetti sintetizzati nei seguenti punti. 1 1. Secondo un sondaggio non citato per gli italiani la Sicilia sarebbe da evitare anche eliminatane la delinquenza e migliorati i servizi. 2. La Sicilia ha rifiutato l’autorità dello Stato e questo ha causato sfiducia verso l’amministrazione pubblica. I ceti dominanti hanno sfruttato questa situazione per alimentare il proprio potere con le armi della corruzione e dell’intimidazione. La Sicilia con la sua autonomia spreca più soldi di quanti ne produce. La mafia ha stabilito nell’isola un clima di violenza che uccide i rapporti sociali ed economici. 3. Alcuni quartieri sono inferni urbani dove la criminalità non ha freno. 4. L’economia si basa sull’assistenza dello stato. (Cfr. pag. 5 della sentenza).

La Corte si è espressa sul fatto che ci sia o meno una diffamazione e se ci sia un cattivo esercizio del diritto di insegnamento. La risposta è stata negativa e la Presidenza della Regione Sicilia ha perso il ricorso. I giudici  hanno  evidenziato, piuttosto, come, per quanto discutibili, e con uno squilibrio degli spunti negativi, le frasi siano espressione della libera manifestazione di pensiero degli autori oltre che dei docenti che vorranno usare il libro di testo. A questi ultimi, i giudici  ricordano il dovere pedagogico di favorire la lettura critica da parte degli studenti seppure l’insegnamento della scuola media inferiore sia prevalentemente assertivo.

Malgrado una sentenza non faccia cultura, né storia, né tantomeno si esprima sull’etica, dalla citata emanano segnali culturali, storici ed etici che interpellano e avvertono, in primo luogo, i siciliani invitandoli a fare di più nella promozione della bellezza della propria terra e delle proprie energie dopo un sano esercizio di autocritica. Interrogano, in secondo luogo, l’intera comunità nazionale perché ci si chieda quale solidarietà nazionale si costruisce con insegnamenti che, per quanto crudelmente veritieri, rischiano di essere all’origine di sempiterne discriminazioni e semplificazioni.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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