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Post elezioni, se l’astensionismo diventa alternativa politica

Lo scorso 5 novembre la Sicilia è stata protagonista delle elezioni regionali, che hanno visto gli elettori impegnati nella scelta del Presidente della Regione e di settanta deputati dell’Assemblea regionale siciliana. I risultati hanno scoperchiato il vaso di Pandora, rilevando la vittoria non già di un partito o di un determinato polo dell’area politica, ma è stato soprattutto l’astensione del popolo siciliano a definire l’andamento della scelta elettorale.

Finiti i comizi, eventi e mirabolanti tour tra strade cittadine e contrade extraurbane, contiamo il risultato. Primo partito risulta quello dell’astensione: non ha partecipato al voto il 53,24% degli aventi diritto, più di un elettore su due. E se è vero che, da un lato, il dato astensionistico denota disinteresse verso la vita della comunità e il futuro che l’aspetta, è soprattutto al passato che bisogna guardare e ricercare le ragioni della rinuncia ad un diritto costituzionalmente garantito.

E’ forse il modello della democrazia rappresentativa a non reggere il passo? Sono i candidati alla rappresentanza a non essere più compatibili con il soggetto tipizzato del rappresentante degli interessi diffusi? E’ meglio abbandonarsi alla deriva della democrazia diretta che si può esercitare sul Web? L’astensionista è anti-politica?

In realtà l’astensione non è un’alternativa, non si può pensare di esercitare un cambiamento attraverso l’immobilismo, la natura stessa della struttura della collettività, in cui la politica si fa da intermediaria con le istituzioni, richiama la dinamicità. Eppure nemmeno i partiti possono permettersi di sottovalutare un risultato elettorale così preoccupante e definitivo.

Ma i partiti sono ancora luoghi dove si elabora per realizzare il bene comune? Se il modello politico, il dialogo sociale tra rappresentati ed elettori, se la richiesta elettorale non viene soddisfatta, è lecito che un cittadino possa astenersi? E’ lecito che, in ragione della frustrazione, possa decidere di non votare? In quest’ottica, sarebbe meglio non parlare di totale disinteresse, quanto di malcontento e insoddisfazione. Il voto è un dovere civico per il cittadino, fare in modo di rispettare le sue istanze è dovere dei partiti e dei rappresentanti.

Serve molto per ridare fiducia agli elettori. In primo luogo un fare politico che incida molto più sulla realtà, servono rinunce a indennità e privilegi, vitalizi, rimborsi. Serve una classe politica che scenda dal piedistallo da cui si erge sulle miserie dei cittadini, che smetta di mangiare mentre il popolo piange la fame, che si ponga realmente al servizio della comunità. È forse chiedere troppo?

 

Riguardo Marta Cianciolo

Marta Cianciolo
Studentessa al corso di studi in Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo.

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