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Maresco racconta Scaldati: “Tre di coppie” torna in scena al Teatro Biondo

Ieri, mercoledì 1 febbraio, presso la sala Strehler del Teatro Biondo, ha avuto luogo la prima di Tre di coppie, diretto da Franco Maresco con la collaborazione di Claudia Uzzo. Lo spettacolo, riproposto dallo Stabile per il secondo anno consecutivo, nasce dall’idea del regista di rendere omaggio ai capolavori di Franco Scaldati, senz’altro una delle personalità più influenti del teatro contemporaneo.
Sulla base dei testi di Scaldati, Maresco costruisce una pièce teatrale composta da una serie di “variazioni” sul tema della coppia che si riscontrano nell’opera del drammaturgo palermitano. I dialoghi sono resi rigorosamente in dialetto siciliano per far fronte all’originale.

Tre sono le coppie che si alternano durante la rappresentazione e che rimandano rispettivamente a tre diverse opere: Totò e VicéIl corto e il muto e La notte di Agostino e il topo. Ancora tre sono gli interpreti che ricoprono di volta in volta ruoli differenti: Melino Imparato, Giacomo Civiletti e Gino Carista, con i quali Maresco aveva già collaborato in passato. Non di rado, uno stesso personaggio può essere rappresentato contemporaneamente da due attori.
Da qui la scelta di un titolo originale dal sapore vagamente ossimòrico.

Ad aprire il sipario, Totò e Vicè, due candide figurine trasognate che vivono in uno spazio indefinito e senza tempo, tra l’onirico e il metafisico, tra il reale e l’irreale: un limen al quale non riescono ad attribuire forma e sostanza.
Si tratta di vita o di morte? Di sogno o realtà? Ogni interrogativo scivola via senza alcuna risposta.
Sospesi tra le stelle e il cielo, sono cullati da un àere soave che li fa danzare a passi leggiadri, come astronauti in assenza di gravità. Nonostante lievitino in uno stato di rilassato appagamento psicosomatico, sono continuamente assaliti da dubbi di natura esistenziale e danno vita ad una vera e propria dissertazione filosofica. “U suonnu cala picchì scura o scura picchì cala u suonnu?”, “Ma se io fussi uorbu, tu esisteresti u stissu”, “U suonnu è muorte o a muorte è suonnu? E se a muorte è un suonnu, noi siamo i sogni r’ un muortu?”. Questi ed altri i quesiti, al limite del nonsense, che assillano i due protagonisti e per i quali non è mai possibile trovare una soluzione.
La scenografia quasi cinematografica contribuisce ad accentuare i caratteri trascendentali del dialogo: sulle note eseguite dal vivo dal pianoforte di Salvatore Bonafede, da un oblò posto al centro di un fondale scuro, si alternano, sottoforma di filmati in bianco e nero, la notte e il giorno, il sole e le stelle, il cielo e la luna.

E’ il turno della seconda coppia che, essendo composta da due personaggi totalmente contrapposti, dà vita ad un dialogo decisamente più scurrile e irriverente. Da una parte, il Muto intrappolato nei suoi gemiti e lamenti; dall’altra il Corto che compensa l’afasia del suo compagno con un linguaggio sboccato e salace.
Entra in scena, anche grazie all’ausilio dei vivaci costumi, una corporalità deforme e innaturale, il Metafisico cede il posto al Grottesco e l’allusione ad un fallo di smodate proporzioni ci trascina ad un livello di comicità decisamente più spinta: la risata vien da sé! Il Corto si fregia dei suoi attributi virili e schernisce il Muto, nei confronti del quale è quasi impossibile non provare neanche un briciolo di empatia.

Ultimi, in ordine di apparizione, gli amici Santo e Saporito, protagonisti di un finzione scenica a metà tra una fiaba noire e un siparietto tragi-comico.
Saporito confida all’amico il suo disagio quotidiano nell’essere continuamente scambiato per un roditore, Santo apparentemente lo conforta, ma il suo reale io nasconde un’identità felina che si rivela fatale per l’amico/nemico. Entrambi si spogliano di vesti umane per rivestirsi di selvaggio, la metamorfosi è completata e la natura può fare il suo corso: se il gatto si nutre del topo, Santo deve far fuori Saporito! Quest’ultimo appare dopo la morte finalmente sereno, svuotato di quel senso di angoscia esistenziale che lo attanagliava in vita ed è consapevole della sua reale essenza di topo. Alleggeritosi del peso della sua umanità, può godere dello stato autentico di bestia. Agita la sua coda e scompare nel vuoto.

Le vicende non si esauriscono in tre frammenti distinti e separati, ma sono inglobati in un’unica rappresentazione che si presenta piuttosto compatta, malgrado nasca da tre opere differenti. Le tre coppie si alternano vicendevolmente, fanno singolarmente il loro ingresso, spariscono per lasciar spazio alle altre, per poi riapparire ancora, innescando un meccanismo a staffetta.

Tra il serio e il faceto, tra il trascendentale e il grottesco, complessivamente lo spettacolo riserva una comicità che può definirsi a tratti corrosiva e irriverente, a tratti tenera e delicata.
Quelli di Scaldati sono personaggi che vivono ai margini della società, un po’ clochard e un po’ filosofi, reietti, esclusi e alienati. Il difforme, il folle, il subumano si trova in Scaldati quanto in Maresco (Totò che visse due volte e le pillole di CinicoT.V su tutti), a riprova di quanto l’allievo abbia assimilato e fatto propria la lezione del maestro. Liberi, in quanto “bestie”, sono svincolati dalle sovrastrutture della civiltà e godono paradossalmente di un’umanità più autentica, esattamente come fa Saporito che si rende conto del reale valore della sua esistenza solo nel momento in cui capisce di essere definitivamente un topo. Ed è proprio in quella Palermo marginale, povera, squallida, disagiata e disperata che si intravede, paradossalmente, un ultimo baluardo di umanità. Una Palermo che funge da ponte di collegamento tra due generazioni di artisti.

Riguardo Margherita Guzzo

Margherita Guzzo
Di Palermo. Laureata in Lettere, studentessa di Filologia Moderna e Italianistica.

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