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Ford Madox Brown (1821-1893), Manfred sulla Jungfrau. Manfred è raggiunto dal cacciatore di camosci alla fine dell’atto I. Olio su tela, 1840. Manchester, City Art Gallery.
Ford Madox Brown (1821-1893), Manfred sulla Jungfrau. Manfred è raggiunto dal cacciatore di camosci alla fine dell’atto I. Olio su tela, 1840. Manchester, City Art Gallery.

“Manfred” da Byron – Schumann – Bene, In scena al Biondo di Palermo

Il 19-20 Ottobre 2016 al Teatro Biondo di Palermo è andato in scena “Manfred”, nell’ambito della collaborazione tra Liceo Artistico  “Catalano” di Palermo ed il Liceo statale Musicale e Coreutico “Regina Margherita”. Dopo un monologo iniziale del protagonista interagiscono tra loro le sonorità sussurranti, le immagini avvolte nella nebbia e i profili accennati ed aerei in uno spazio indefinito e celeste mentre l’Ouverture dell’orchestra  descrive l’atmosfera della scena.

Locandina di "Manfred". Il 19 - 20 Ottobre andato in scena al Biondo di Palermo.
Locandina di “Manfred”. Il 19 – 20 Ottobre andato in scena al Biondo di Palermo. Immagine tratta da: http://www.artisticocatalano.gov.it/manfred

Durante il poema drammatico, lo spettatore è invitato alla ricostruzione e al completamento del senso globale della vicenda, come in un giallo moderno, in cui da elementi variamente distribuiti nel corso  della narrazione bisogna cogliere il l’integrità di uno svolgimento che è più psicologico che descrittivo in confronto alla fonte byroniana. La trama nasce da uno spunto reale nella biografia del poeta romantico Byron: la relazione extraconiugale con la sorellastra Augusta Leigh. Il protagonista include la dimensione umana ed eroica ed è proprio questo a renderlo romanticamente tormentato: sceglie di scontare nel passato, presente e futuro la sua pena. Manfred invoca l’oblio e  la fine dei suoi giorni, dei suoi spazi, dei suoi tempi, che mai si esauriranno nell’ espiazione di un peccato che sembra anch’esso infinito. Come un epigramma la frase “Non stupirti se sono quel che sono ma che io sia nato, ma che essendo io esistito io viva” descrive come Astarte e Manfred siano legati tra vite diverse e che il peccato di lui si reincarna come una punizione. Chiedere perdono non è possibile e nemmeno implorare salvezza, perché ogni gesto è “già registrato”. Rinunciare all’amore è per Manfred liberarsi dalla sofferenza ed adempiere ad una possibile espiazione come in un divenire di Eros e Thanatos in eterna lotta ed in compromesso con la vita. Perdere Astarte è il prezzo da pagare per  riscattarsi dalla dannazione eterna. Ottenuta la vista dell’amata in forma di spirito per l’ultima volta, egli non riceve una risposta ma sente richiamo lontano, quasi un eco,  come un invito ad una riconciliazione ultraterrena.

Astarte in un frammento della Proiezione video. https://www.youtube.com/watch?v=JpEeQveMEPg
Astarte in un frammento della Proiezione video. https://www.youtube.com/watch?v=JpEeQveMEPg

Il finale non è un epilogo tradizionale in cui tutto termina secondo il prototipo della separazione o dell’agnizione. Scrive Franco Serpa nel programma di sala del Concerto dell’Accademia Filarmonica Romana: “ Rispetto a Byron Schumann cambiò però radicalmente il finale, perché Manfred non muore bestemmiando Dio, chiuso nella sua orgogliosa solitudine, ma si spegne riappacificato con se stesso e con il mondo, mentre un Requiem risuona in lontananza”. E Schumann stesso aveva commentato:  “Egli è morto, la sua anima ha lasciato la terra. Ove sarà ora? L’idea mi atterrisce, ma essa è partita per l’eternità”. Per Manfred/Byron il peccato non è l’incesto, ma aver contrastato il suo amore ed averlo combattuto fino all’autolesionismo. Il rifiuto dei canoni sociali, delle convenzioni e delle norme alla base della vita di Byron, era scandaloso nell’Ottocento e continua esserlo oggi.

Uno scatto di scena del Regio di Torino nella versione andata in scena nel 2010. Immagine tratta da: http://www.teatroregio.torino.it/node/1663/galleria
Uno scatto di scena del Regio di Torino nella versione andata in scena nel 2010. Immagine tratta da: http://www.teatroregio.torino.it/node/1663/galleria

Questo elemento rende la trama attuale, avvincente, misteriosa e commovente, ma soprattutto umana. Come ogni azione portata in teatro, il Manfred suggerisce una comprensione che nella realtà quotidiana nessuno o forse pochi accorderebbero. La finzione poetica e letteraria distrugge il pregiudizio e porta all’identificazione con il sentimento stesso rappresentato.  La musica assume funzione di interazione, commento e distensione dalla velocità ritmica del parlato che senza i momenti vocali e orchestrali forse provocherebbe un abbassamento del livello di concentrazione nell’ascoltatore. Le figure sonore si collegano alle apparizioni dei personaggi delineando elementi tematici ricorrenti e connettivi musicali nella drammaturgia.  Rispetto alla versione di C. Bene con cui questa rappresentazione al Teatro Biondo vuole rapportarsi, vi è un rapporto di sudditanza e non di affrancamento, forse difficilmente ottenibile, dal modello storico che la versione di questo Grande del ‘900 costituisce. La scelta teatrale non è orientata, al descrittivismo paesaggistico, ma al gioco sapiente illuminotecnico in cui, come si evince dalla versione andata in onda per l’emittente televisiva Rai, anche le mani del direttore d’orchestra sono il veicolo per descrivere movimenti spaziali – sonori che dialogano con le forze invisibili e spettrali https://www.youtube.com/watch?v=uOZ66Z8d62Q . Rispetto all’organico previsto, l’orchestra del Regina Margherita sceglie dimensioni assai modeste ma proporzionate ed equilibrate rispetto anche al numero di voci, anche se sacrifica così l’imponenza sinfonica voluta da Schumann. La ricerca si è rivolta con maggiore efficacia al contenuto multimediale e agli effetti visivi e audio-visivi che non ad una interpretazione e personalizzazione dell’intero lavoro teatrale. Del resto la complessità del personaggio protagonista consiste nella sua stessa essenza:

Fotogramma dalla Versione Rai di "Manfred". Primissimo piano di C. Bene.
Fotogramma dalla Versione Rai di “Manfred”. Primissimo piano di C. Bene.

Egli non è un solo personaggio, ma è tanti personaggi in uno. Ciò implica diversificazioni vocali, intonazioni sempre imprevedibili, scatti d’ira e mutamenti repentini dell’espressione corporea  e mimica. La voce è un contrappunto alla musica scritta, una idea di musica recitata o recitazione musicale in cui il climax parlato è sostenuto da quello orchestrale e questa ritmica compensativa di vuoti e pieni è quasi inavvertibile e perfetta in modo che tra la parola e la musica non vi sia alcuna gerarchia. Le parole sono ora simboli quasi ermetici, suoni isolati e densi di significato importanti quanto le pause, i fremiti e le micro espressioni facciali che le interrompono. Si tratta di una associazione libera i cui vari elementi in divenire compongono poi la scena psicologica. Una scelta ambiziosa e di converso prudente, quella di rivolgersi ad un esempio teatrale già noto piuttosto che scandagliare la propria interiorità come lo stesso Manfred suggerisce in prima istanza al suo interprete e di conseguenza al suo pubblico. Un poema drammatico di non facile interpretazione, che intreccia i motivi autobiografici dello stesso Byron,  in cui Schumann si riconobbe, ai temi della morte, dello spirituale, del perdono e della catarsi dell’anima. L’anima che si scontra con la materialità ed il peccato, che non trova redenzione se non nell’isolamento che sfiora nella follia e nell’ infinita e vana ricerca di una verità plausibile.

 

Riguardo Erika Giannusa

Erika Giannusa
Erika Giannusa è nata a Palermo, il 06/12/1993. Pianista, compositrice e soprano lirico. Si dedica al giornalismo ed alle recensioni di eventi e manifestazioni in Italia ed in Europa.

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