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L’eredità della memoria del Maestro Franco Ferrara

Martedì 28 maggio, si è tenuta al Conservatorio Alessandro Scarlatti un’importante iniziativa dedicata alla memoria del Maestro Franco Ferrara.  Sono intervenuti il presidente Gandolfo Librizzi, i maestri Carmelo Caruso e Roberto Liso, il professore Maurizio Zerbo. L’incontro si è concluso con la prima esecuzione assoluta dell’ “Andante per archi” composto da Ferrara, eseguito per l’occasione dall’Orchestra d’archi del Conservatorio.

La figura del compositore e direttore d’orchestra Franco Ferrara, nato a Palermo nel 1911, è circondata da un alone di mistero. Considerato dai suoi contemporanei come uno tra i più brillanti e innovativi direttori del Novecento, è stato quasi dimenticato nel periodo successivo alla sua morte, avvenuta nel 1985. Negli anni quaranta una misteriosa malattia nervosa lo portò a doversi allontanare dal podio; cominciò così a dedicarsi alla musica per film e colonne sonore. Il suo contributo alla didattica fu di notevole importanza: insegnò in prestigiosi istituti come il Conservatorio Santa Cecilia e la Accademia Musicale Chigiana di Siena, formando direttamente alcuni tra i più importanti e influenti direttori degli ultimi decenni. Già a poche ore dalla sua morte, l’importante critico Massimo Mila sottolineò la necessità fondamentale di mantenere viva la sua memoria. 

Su questa scia si collocano le numerose iniziative intraprese negli ultimi anni dal Conservatorio Scarlatti, culminate con la intitolazione della vecchia sala Scarlatti al maestro Ferrara, il 3 marzo 2019. Il presidente del Conservatorio Gandolfo Librizzi ha così aperto la conferenza del 28 maggio, ribadendo quanto fatto durante la sua ultima amministrazione anche per evitare che la memoria del Maestro venisse consegnata all’oblio. Persino durante la cerimonia di chiusura di Palermo Capitale della Cultura 2018 è stato infatti omesso il nome di Franco Ferrara. L’intervento iniziale del presidente è proseguito tra aneddoti e constatazioni, raccontando la grandezza e la sensibilità unica di un uomo, capace di immedesimarsi a tal punto in una esecuzione da non fare reggere il fisico per l’emozione.

Carmelo Caruso è stato allievo del maestro Franco Ferrara, diventando il depositario insieme a Roberto Lio di una eredità unica e assolutamente irripetibile. La musica è diventata per loro un concetto totalizzante, prendendo spunto dal concetto mahleriano per cui la sinfonia deve abbracciare il mondo. Prendendo la parola, il Maestro Caruso non nasconde, tra momenti di commozione,l’orgoglio e la fortuna irripetibile di avere visto e vissuto accanto un genio. Caruso, frequentando l’Accademia Musicale Chigiana di Siena, dove insegnava il Ferrara, si è trovato così a contatto col maestro nella sua ultima fase di insegnante. Interessante l’aneddoto raccontato da Caruso, in cui Ferrara,nel 1983, dirigendo “I Maestri Cantori di Norimberga”, al termine dell’esecuzione sbottò adirato nei confronti dei suoi allievi, manifestazione di quel coinvolgimento estremo che aveva portato il grande maestro lontano dai podi internazionali nel dopoguerra. Ciò che dalla testimonianza di Caruso, rendeva Ferrara diverso da tutti suoi predecessori, sta in una serie di prerogative uniche. Nella esecuzione delle opere la precisione dei particolari nella esecuzione, la capacità di rendere le varie parti perfettamente nitide e distinguibili, la profondità interpretativa fuori dall’ordinario, che solo i grandissimi direttori hanno dimostrato nel corso del Novecento. Incarnava, insomma, la musica stessa e la gioia e la passione che da solo da essa possono scaturire. Per Caruso vi era addirittura in lui qualcosa di oltre umano, che rimarrà immortale. Il conservatorio ha cosi dato voce alla verità, mai da negare, trasmettendo ai giovani l’eredità della memoria. L’importanza della scuola di direzione d’orchestra italiana è stata con Ferrara di rilievo internazionale, tanto che lo stesso Karajan ne ha elogiato la capacità di formazione e direzione. Si possono catalogare tre momenti prima durante e dopo la attività direttoriale di Ferrara. Prima di lui il direttore cercava di rendere il pensiero artistico quasi esclusivamente dalla concertazione. Ciò che è più difficile è trasmettere attraverso il gesto l’idea musicale. Ferrara è stato colui che ha posto questa gestualità al servizio della musica, realizzando una perfetta mediazione a tre tra partitura direttore ed orchestra. Questa capacità gli permetteva di realizzare pezzi complicatissimi in una sola settimana. Prima di lui l’attività direttoriale, seppur pregevole, era incompleta dal punto di vista della pura gestualità. Il nuovo modello di interpretare e produrre la musica che Ferrara propose, promuoveva quindi una corrispondenza tra idea musicale e la sua perfetta rappresentazione attraverso il gesto. Questo tipo di scuola venne poi seguita dal resto degli europei. Dopo la scelta di abbandonare l’attività direttoriale, Ferrara si dedicò brillantemente alla formazione nei più prestigiosi istituti. Ciò ha creato il modo nuovo di pensare la musica attraverso il gesto.

L’intervento del Maestro Caruso è stato seguito da quello di Maurizio Zerbo, il quale ha affrontato le relazioni con la musica jazz e la formazione classica di Ferrara che questi ha poi convogliato nella sua carriera di direttore di musiche per film. Dopo avere calcato i palcoscenici di mezzo mondo Ferrara, a causa di una grave malattia, si dovette ritirare dalle scene. Diresse così, nei decenni successivi, tra le 50 e 60 diverse partiture per grandi classici del cinema americani e non, stringendo in particolare un sodalizio con il compositore Nino Rota. Durante la conferenza, Zerbo ha dimostrato attraverso degli ascolti presentati agli spettatori, la grande dimestichezza posseduta da Ferrara nel gestire il linguaggio jazz. Seguendo la lezione di Gershwin e Bernstein lo swing, prodotto americano legato al jazz e semisconosciuto agli italiani e europei, è stato portato alla ribalta da Ferrara. Attraverso poche incisioni egli esplorò un linguaggio poco praticato, come ne “ La Dolce vita” e “Le Notti di Cabiria”, in cui la sua pratica orchestrale esalta e prende alla lettera il principio jazzistico, semplice e lineare. La musica prescrittiva della musica classica entra in conflitto con quello descrittiva, la notazione quindi integra quanto avviene sul momento, durante l’incisione. I brani diretti da Ferrara hanno, nonostante ciò ,uno swing, un respiro, impeccabile, unico nella storia del Novecento che esalta e attualizza il principio nato con Gerswhin. Nel 1924 infatti, da Raphsody in Blue in poi, viene largamente dimostrato come il jazz possa essere confrontato con le forme classiche, così come mise in pratica da Ferrara. Le colonne sonore cinematografiche venivano registrate in presa diretta, incidento la musica direttamente sulle immagini del film, commentando in presa diretta  e dirigendo l’orchestra sulle immagini. Ferrara nell’arco di qualche mese dovette conoscere e assaporare i meccanismi della musica per il cinema, la quale risponde a leggi e principi che non sono certamente quelli delle sale da concerto, procedendo attraverso meccanismi diegetici ed extradiegetici. Senza contare la difficoltà di padroneggiare linguaggi “moderni” come il pop, il jazz e derivati. Così Ferrara, già geniale nella musica classica , si impadronì anche di questi linguaggi fino modificarli. Allievi come il Maestro Caruso si sono resi poi degni successori nel proseguire questo processo di commistione tra le forme classiche i linguaggi più moderni della musica eurocolta.

L’intervento conclusivo è stato di Roberto Liso, direttore orchestrale, allievo di Ferrara e anche autore del libro “Franco Ferrara. Genio, dolore, ricerca.” Liso evidenzia come Ferrara abbia tratto dalla lezione wagneriana la pratica di modificare leggermente l’orchestrazione all’interno delle partiture creando giochi accurati, frutto della sapienza estrema e sopraffina della sua arte.

Il Maestro Caruso ha poi concluso la splendida iniziativa dirigendo la prima esecuzione assoluta dell’ “Andante per archi” con l’orchestra d’archi del Conservatorio. Ferrara realizzò a soli tredici anni, nel 1924 il brano, mai eseguito prima di quest’evento.

Il grande messaggio pervenuto agli allievi dal grande maestro, condiviso pienamente dai relatori presenti al Conservatorio, sta dunque nell’avere il coraggio di fare tutto, con umiltà. Con queste doti,  con profonda conoscenza, sensibilità, duttilità ed empatia,  il musicista contemporaneo, come fece Ferrara, può riuscire ad abbracciare la musica tout court per quella che è la sua grande missione: condividere un emozione.

La partitura originale dell’andante fu scritta a Palermo nel 1924 a tredici anni.

Riguardo Giorgio Masi

Giorgio Masi
Nato a Palermo, ha conseguito la laurea in Musicologia al D.A.M.S. di Bologna. Tornato nella città natale, si interessa agli eventi culturali e musicali.

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