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Foto di Emanuela Chinnici

LE SERVE: cerimonia profana tra realtà e finzione

E’ il letto, ricoperto da un drappeggio verde, il punto nevralgico intorno al quale si svolge la vicenda de “Le serve“. Questo talamo è simbolo di una devozione sacrale a macabra, in cui la venerazione si sovrappone al disprezzo. Metafora ne è il pavimento della camera da letto, “altare profano” ricoperto da fiori bianchi. Le corolle di questi fiori sono aperte, violate, sventrate a rappresentare il costante oscillare tra odio e amore, in un gioco voluttuoso nel quale i confini tra realtà e finzione sfumano fino all’inverosimile.

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Foto di Emanuela Chinnici

Protagoniste di questa giocosa e macabra sovrapposizione – andata in scena per la prima volta ieri al Teatro Biondo – sono le due sorelle Solange e Claire, cameriere che in assenza della loro padrona inscenano una “cerimonia”: profano teatrino in cui a turno assumono il ruolo della padrona e della serva. In questo “teatro nel teatro” i ruoli sono sfumati: da vittima la serva vuole farsi carnefice. «La bellezza del mio crimine doveva riscattare la miseria del mio dolore» dirà Solange. Il crimine non è che l’uccisione della signora, che si delinea come mezzo rituale per riscattare la frustrante e sciatta condizione di subalternità dalla quale le sorelle si sentono soffocate. Tale frustrazione le accomuna, rendendole complici e vittime l’una dell’altra, perché come recitano entrambe, continuandosi la frase a vicenda: «amarsi nel disgusto non è amarsi, è amarsi troppo».

Sacro e profano si inseguono per tutta la durata dell’opera, in un danza voluttuosa la cui tensione si risolve soltanto alla fine, con il sacrificio rituale di Claire. Nel momento dell’uccisione la serva impersona la padrona, indossando il suo abito bianco, proprio il colore che nel calendario liturgico è simbolo di purezza, gioia e risurrezione. Tale condanna a morte vuole essere infatti una rinascita, una vittoria ed un riscatto su una realtà misera e deludente.

L’intera opera è intrisa di un simbolismo che il regista ha saputo dosare magistralmente e che trova la sua più concreta espressione nell’utilizzo dei colori dell’anno liturgico nel contesto di una “cerimonia” profana nella quale i vari livelli della realtà sfociano continuamente l’uno nell’altro, sovrapponendosi in una danza appassionante e orgiastica.

Di tale cerimonia è testimone uno specchio, che guarda la scena ma guarda anche il pubblico, quasi ad indicare come ognuno di noi possa essere Solange, Claire o entrambe. Di come ognuno di noi possa essere al contempo vittima e carnefice di se stesso, recitando una parte di un copione che non esiste se non nella propria mente.

Riguardo Maria Francesca Saija

Maria Francesca Saija
Studentessa della facoltà di Medicina e Chirurgia nell'ateneo di Palermo. Topo da biblioteca fin dal 1995, attualmente cerco di destreggiarmi tra gli impegni accademici e l'amore per l'arte. Ad Agosto 2017 ho auto-pubblicato una raccolta di poesie: Fuochi di paglia (qui il link -> http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/352633/fuochi-di-paglia/).

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