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“Lampaduza”. Tra giornalismo e narrativa, il racconto di Davide Camarrone

“Lampaduza” è una raccolta di storie, un intreccio di testimonianze e un resoconto di memorie. Con inevitabile trasporto emotivo, l’autore mescola il racconto della sua personale esperienza a Lampedusa all’esperienza dei migranti sopravvissuti ai “viaggi della speranza”.

Davide Camarrone
Davide Camarrone

Venerdì 22 aprile,Villa Malfitano, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, ha ospitato la presentazione di “Lampaduza”, il diario-reportage di Davide Camarrone.
Occasione dell’incontro è anche la riflessione sulla morte del giornalismo tradizionale e sulla circolazione delle notizie nel nuovo millennio. Spiega Camarrone: “In un secolo in cui la carta stampata registra una perdita continua di lettori, soprattutto tra i giovani, cresce l’abitudine di documentarsi attraverso i social network e la successione delle notizie è talmente veloce da non consentirne una reale presa coscienza.” Secondo il giornalista, il rischio di creare confusione mediatica è veramente molto elevato e quella stessa notizia, che avrebbe dovuto attivare un meccanismo di riflessione critica, risulta essere immediatamente sostituita da un’altra.
In questo eccesso di interattività ciò che ci viene raccontato è solo una piccola parte di quello che accade realmente e le prime a farne le spese sembrano essere le storie di vita personale. Alla luce della convinzione secondo la qual sono proprio le storie personali che ci danno consapevolezza della realtà in trasformazione, Camarrone ritiene che l’unico modo per descrivere quello che sta succedendo nel mondo è quello di ricorrere alla letteratura.
“Offrendo l’occasione di raccontare e interpretare quello a cui si assiste”, insiste Camarrone, “la letteratura sembra essere vicina alla realtà più di quanto si possa credere. Per descrivere la complessità di Lampedusa e del Mediterraneo, la semplice diffusione di notizie non mi bastava, mi occorrevano spazi di scrittura più ampi.”
Lo stile di “Lampaduza” è ascrivibile al genere del giornalismo narrativo, una forma ibrida di giornalismo che diventa letteratura e che consente di raccontare la realtà senza rinunciare alla riflessione critica non solo di chi scrive, ma anche di legge. “Se non ci attrezziamo fin da ora per capire il mondo, tra vent’anni avremo paura di quello che non siamo riusciti a conoscere e la scelta di un’inchiesta condotta sul campo mi sembrava la più opportuna. Per descrivere le dinamiche di questo momento storico molto particolare, occorre dar voce a chi lo sta vivendo in prima persona.” Con queste parole l’autore motiva la sua scelta stilistica.
Lampaduza è quindi il frutto di ciò che l’io narrante ha avuto la possibilità di osservare durante i suoi soggiorni a Lampedusa tra il 2012 e il 2013, è un reportage ricco di testimonianze filtrate attraverso il punto di vista che prescinde dall’oggettività giornalistica.
Solamente attraverso il pianto disperato di una donna che ha perso la sua bambina, scopriremo che gli scafisti non consentono mai di tornare indietro per recuperare i corpi caduti in mare, se non in caso di remunerazione immediata.
Solamente la testimonianza di un ragazzo Gambiano fuggito dal suo paese di origine, perché perseguitato dal dittatore che aveva già ucciso il padre, ci metterà in condizione di conoscere le dinamiche di involuzione sociologica che stanno trasformando il Gambia e di cui i notiziari sono per lo più reticenti.
All’interno del suo libro il giornalista palermitano si interroga sulla percezione che hanno i Siciliani di fronte al problema delle migrazioni e, in tal senso si spiega il titolo “Lampaduza”, nome arabo dell’isola.
“Perché mai noi siciliani dovremmo saper accogliere uno straniero meglio degli altri? Più generosamente intendo, solo per il fatto di costruire il risultato dell’incrocio genetico di una ventina di popoli diversi? Abbiamo smesso di essere liberi e accoglienti con la cacciata degli ebrei nel Quattrocento e con le persecuzioni religiose che precedettero e seguirono quella cacciata. Con l’inferno dei credenti e l’Inquisizione: fonte di ogni male, per la Sicilia.Di ogni mafia e ogni mafioseria. Cacciammo i sapienti e ci tenemmo i legulei, gli azzeccagarbugli, i pronipoti dei bizantini.”
La Lampedusa di Camarrone è un crocevia di popoli, di gente che arriva e che riparte, l’isola nell’isola che, dal più profondo Occidente, crea un ponte di collegamento con il Medioriente. Ma fino a che punto la Sicilia, universalmente riconosciuta come terra calorosa e accogliente, è disposta ad accettare ondate di migrazioni senza sosta?
Conclude Camarrone: “Anni di chiusura e arretramento hanno generato paura e diffidenza, trasformando il nostro costume antropologico geneticamente predisposto all’accoglienza. Occorre che i Siciliani sappiano riconoscere questo momento storico come una grande opportunità di ritorno al passato, quel passato glorioso che ci vide al centro di un terreno di scambio culturale. Le migrazioni rappresentano l’occasione per poter risvegliare il nostro dna”.

Riguardo Margherita Guzzo

Margherita Guzzo
Di Palermo. Laureata in Lettere, studentessa di Filologia Moderna e Italianistica.

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