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atti del CSM su Falcone

La verità di Falcone. Non più segreti gli atti del CSM. Incontro a Villa Filippina

Lunedì 5 maggio, all’interno di Villa Filippina a Palermo, si è svolto il seminario “La verità di Falcone. Non più segreti gli atti del CSM”. L’iniziativa ha preso il titolo dalla de-segretazione degli atti del Consiglio Superiore della Magistratura riguardanti Giovanni Falcone, dopo 25 anni.

Dopo i saluti di Liboria Di Baudo, presidente dell’ associazione “Idea e Azione” che ha organizzato l’evento, sono intervenuti l’ex ministro della giustizia Claudio Martelli e il magistrato Alfonso Giordano che presiedette il primo Maxiprocesso alla mafia negli anni ottanta del secolo scorso, mentre ha moderato Felice Cavallaro, giornalista del “Corriere della Sera”.

20170605_184419L’incontro, denso di ricordi e di aneddoti, ha offerto la possibilità – per usare le parole di Felice Cavallaro – di riscoprire le amarezze, i turbamenti, i dolori. le offese che Giovanni Falcone subì in vita, anche da parte di tanti che oggi lo chiamano Giovanni e che lo esaltano”; un’occasione, quindi, per fare chiarezza con i documenti.

Introducendo i lavori, Felice Cavallaro ha ricordato un pranzo a Catania con Giovanni Falcone: “Capimmo che eravamo testimoni di un di un passaggio fondamentale, perché una settimana dopo sarebbe andato a lavorare a Roma alla direzione Affari penali con il ministro Martelli. Stavamo a tavola con la persona che veniva criticata perché andava con amici cattivi. Forse, anche per scappare da una città dove rischiava la vita: «paura? C‘è anche questo dottor Falcone?» Lui si alzò di scatto, prese un bottone della sua giacca blu e quasi se lo strappò dicendo: «la mia vita vale meno di questo bottone!»
Di quel pranzo, Cavallaro ricorda l’intuizione di Falcone: il giudice andando a Roma si trasformava, da ‘muratore dell’antimafia’ a ‘ingegnere dell’antimafia’.

Di questa artigianato dell’antimafia fu testimone il giudice Giordano che ha raccontato quello che fu il primo Maxiprocesso, risultato di una grande intuizione del giudice Falcone. Giovanni Falcone ebbe l’idea che la mafia, istituto unitario nella sua essenza, dovesse essere giudicata tutta insieme, in un grande processo. E di questo io mi resi conto appena cominciai a studiare gli atti. Capii che, anche se era aggravata la posizione di chi dovesse giudicare quel processo, questo era un atto che doveva essere fatto. Soltanto così si sarebbe potuta – se non sconfiggere – fortemente colpire la mafia.”

La parola è poi passata a Claudio Martelli. L’ex ministro ha rievocato i momenti in cui iniziò la sua collaborazione con Falcone. Ha sottolineato la stima che al giudice palermitano veniva tributata a livello internazionale. Sull’annoso tema della trattativa,  ha affermato invece come ritenga più corretto parlare di ‘strategia del cedimento’. Infine, l’ex ministro – per far evincere l’esigenza di una cooperazione tra le istituzioni – ricorda come, mentre stavano per decorrere i termini di custodia cautelari per alcuni boss, si intervenne con un decreto d’urgenza perchè fosse scongiurata la fuga degli stessi.

Ma Martelli evoca anche un episodio particolarmente significativo: Nell’impeto di cominciare a coordinare i magistrati e cioè a organizzare il contrasto dello Stato a Cosa nostra, Falcone pensò di convocare i procuratori generali della Repubblica al Ministero. Vennero circa la metà dei convocati. Ci si rese conto che lì c’era poco da arare; non era un terreno disponibile per coordinare il contrasto a Cosa nostra perché ormai le procure generali erano spogliate di gran parte dell’attività investigativa. Nel pomeriggio di quella stessa giornata, con quella riunione andata più male che bene, mi chiamò il Procuratore generale di Roma, Filippo Mancuso, considerato un principe della magistratura e del Foro in generale. Mi chiamò e mi chiese di incontrarlo. Durante l’incontro mi disse «Io volevo scusarmi con lei signor ministro di non essere venuto alla riunione, ma io Filippo Mancuso, Procuratore generale di Roma, non mi faccio convocare dal sostituto procuratore dottor Giovanni Falcone. Se lei mi convoca, io accorro perché lei è l’ autorità politica democratica, ma non mi faccio convocare da un subordinato». Questo era semplicemente un esempio un indizio di come ancora albergasse nella magistratura italiana un formalismo esasperato.”

L’evento ha visto numerosi intervenuti e tra questi hanno partecipato e hanno dialogato Graziella Accetta, madreseminario sugli atti del CSM su Giovanni Falcone del piccolo Claudio Domino, ucciso a undici anni dalla mafia probabilmente solo perchè aveva visto qualcosa che non “avrebbe dovuto vedere”; Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso insieme alla moglie incinta e Alberto Cambiano, cognato del giudice Falcone.

La presenza di un folto pubblico, i temi trattati e questi ultimi interventi in particolare hanno evidenziato come a venticinque anni e più dalle stragi di mafia, tanta sia ancora la sete di verità. Le piaghe aperte da quelle uccisioni continuano a lacerare la vita di chi ha perso i propri cari.  La de-segretazione degli atti del CSM su Giovanni Falcone pone più in là l’asticella del  bisogno di verità ed evidenzia come ancora molto ci sia da conoscere, da studiare; infine, rinnova in noi la necessità di strappare informazioni all’oblio.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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