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La storia di Antonio, il caposcorta di Falcone

Doveva essere una bella giornata di primavera quella del 23 maggio. Il magistrato, appena sceso dall’aereo, aveva voglia di guidare e si mise al volante della sua Croma Bianca, mentre Antonio, insieme a Vito e Rocco, metteva in moto la sua macchina e lo precedeva imboccando l’uscita dell’aeroporto. E poi via, in direzione di Palermo, sull’autostrada che costeggia il mare. Un pomeriggio come tanti altri.

Possiamo immaginare che il sole primaverile facesse riluccicare le creste delle piccole onde e che Antonio per qualche istante si fosse lasciato incantare dal paesaggio o dalla vista dell’isolotto di Isola delle Femmine. Possiamo immaginarlo. Nessuno conosce cosa passa per la mente di una persona che sta per morire e ancora non lo sa: forse pensava ai suoi progetti, forse era stanco, forse pensava alla moglie Tina e ai figli. E poi un boato scuote il cielo e sventra l’autostrada e la macchina viene sbalzata 100 metri più in là, in un uliveto. Passerà alla storia come la strage di Capaci e ancora oggi, in quell’esatto punto, due steli enormi allungano le loro ombre sulla strada, ricordando a tutti coloro che passano che la Sicilia è soprattutto la Sicilia dei Falcone e Borsellino e anche di Antonio, Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone.

Era un ragazzo di 30 anni. Aveva lavorato 4 anni a Bergamo nel 113 e poi alla sezione Volanti. Si racconta che avesse chiesto un cambio di turno: doveva svolgere il suo lavoro nel turno della mattina, ma quando seppe che Giovanni sarebbe tornato da Roma chiese il cambio per poter ancora una volta scortare il ‘suo magistrato’: “Ci siamo visti l’ultima volta al funerale di papà – racconta il fratello Brizio – io rientrato da Firenze e lui da Palermo. Mentre la salma era ancora in casa, in un’altra stanza, mi raccontava dettagli e specificità di Giovanni Falcone. Traspariva la stima e la dedizione al personaggio”. 

Antonio era il più spaccone di tutti, il più simpatico e vivace e diceva sempre che quando sarebbe andato in pensione avrebbe scritto un libro sulla sua esperienza con Falcone, il giudice che in privato chiamava ‘Giovanni’, e prometteva, senza averlo mai fatto, che un giorno o l’altro avrebbe fornito notizie da scoop. Ma Antonio Montinaro non avrebbe mai svelato un segreto e per arrotondare il suo stipendio aveva messo su un negozietto per la vendita di detersivi, gestito dalla moglie. Al fotografo Michele Naccari, quando era andato a trovarlo per ritirare delle immagini che lo ritraevano assieme a Giovanni aveva detto: “Dai che prima o poi mi faranno saltare in aria ed allora farai davvero uno scoop“.

scortaQuesto non è un ritratto di un eroe: non lo era, faceva il suo dovere come i suoi colleghi, come loro aveva coraggio e aveva le sue paure e come loro ha lasciato qualcosa. Soprattutto in sua moglie Tina, che non ha mai smesso di lottare per conoscere la verità, contro l’indifferenza e la finta antimafia. Non potrà mai dimenticare l’ultimo sguardo di suo marito. “Prima di uscire mi disse: ‘Ci vediamo più tardi’. E fece un sorriso a me e ai bambini”. È all’ombra di quelle alte steli che Tina vorrebbe commemorare suo marito e tutti coloro che lì hanno perso la vita, non in via Notarbartolo, come avviene ogni anno. “Qui riaffiorano sempre i ricordi. Per molto tempo mi sono rifiutata di capire quello che era accaduto”. Gli agenti non devono essere dimenticati: è questo l’appello che fa Tina, assieme alla richiesta di un Parco della Memoria “Quarto Savona 15”, dal nome in codice della squadra che proteggeva Falcone, in cui portare la Fiat Croma su cui viaggia suo marito, assieme a Vito Schifani e Rocco Dicillo, un mucchio di  lamiere contorte conservate per venti lunghi anni nella Caserma Lungaro di Palermo, “perché  è  giusto che la gente veda… tutti devono vedere quello che la mafia ha fatto e che lo Stato non ha punito. Perché questa strage appartiene all’Italia, alla gente onesta…  onesta come era onesto mio marito. Sono orgogliosa quando si parla di Antonio. E mi piace ricordarlo non come un eroe ma come un uomo normale, semplice e coraggioso… un uomo che credeva in Giovanni Falcone e nello Stato”. Ma ancora il Parco della Memoria non c’è, ci sono solo erbacce, spazzatura e un parcheggio improvvisato. L’anno scorso il basamento di una stele è stato anche deturpato con delle scritte e solo l’intervento di alcuni cittadini di Isola delle Femmine hanno ridato alla stele il rispetto che merita.Chissà, forse un giorno questo Giardino ci sarà e magari lo Stato così potrà onorare meglio anche la memoria degli uomini della scorta.

 «Chiunque fa questa attività, ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana»: parola e parole di Antonio Montinaro.

Riguardo Eliseo Davì

Eliseo Davì
Ho scritto un romanzo storico, "Societas", edito da BookSprint Edizioni. Sono Direttore del blog di informazione online "Il giornale di Isola" e ho collaborato con "L'ora". E nel frattempo studio, frequentando la facoltà di Giurisprudenza di Palermo.

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