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La maxitruffa dei servizi telefonici a pagamento

La maxitruffa dei servizi telefonici a pagamento

Sono dieci milioni gli italiani che utilizzano servizi premium dal proprio smartphone, ma il 4% di loro non ha mai chiesto di farlo, ritrovandosi abbonato al prezzo di centinaia di euro.
Come può accadere? Chi ci guadagna? Ma soprattutto come non farsi truffare?
 

Il riflesso negativo del boom congiunto di smartphone, app e internet mobile ha portato in questi ultimi anni ad una sempre maggiore speculazione da parte dei gestori telefonici nei confronti dei consumatori. Attraverso l’utilizzo di semplici banner pubblicitari, gli utenti infatti vengono abbonati automaticamente dopo aver usato applicazioni o navigato su pagine web via cellulare, il pericolo è infatti contenuto in pubblicità di terze parti, presente ovunque. Abbonamenti carissimi – 5 euro a settimana – per cose che spesso si trovano gratis: giochi, contenuti erotici, suonerie; inoltre vi è il rischio, se non si sta attenti, che questi abbonamenti vengano scoperti solo dopo mesi, con il conseguente ammontare del costo del servizio.

Le vittime di questa maxitruffa nel 2014, secondo l’Agcm, l’autorità che vigila anche sul mercato telefonico, sono state circa 500mila, ma il problema riguarda potenzialmente 10 milioni di italiani per un giro di affari di 800 milioni di euro all’anno:  in continua crescita, secondo la stima del Politecnico di Milano per il mercato “mobile vas” (value added services).

Sebbene sia difficile stabilire quanti siano stati i cittadini  truffati e quanti abbiano in effetti richiesto i servizi, la percentuale delle contestazioni è molto alta: questo fenomeno occupa il 34% di tutte le segnalazioni che Agcm riceve riguardo la telefonia mobile. A questi dati si devono sommare coloro che, per via dei piccoli importi, non hanno protestato o che non si sono nemmeno accorti della truffa; infatti, gli operatori mobili tendono a nascondere nelle bollette questi abbonamenti in altre voci.

Chi ha cercato di contattare il proprio operatore, per spiegazioni ed eventuali rimborsi, la maggior parte delle volte ha dovuto subire un ulteriore beffa sentendosi rispondere dal call center di turno: “Non dipende da noi, il servizio è di altri”, “I soldi non vanno a noi, ma alle aziende che erogano il servizio”.

Invece dietro queste attività c’è un business che coinvolge tanti soggetti, come ha ricostruito l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) che ha anche irrogato, all’inizio di quest’anno, ai quattro principali operatori del settore delle comunicazioni mobili (Telecom, Wind, Vodafone e H3G) una sanzione pari a 1.75 milioni di euro ciascuno per Telecom e H3G e a 800mila euro ciascuno per Wind e Vodafone, per aver adottato pratiche commerciali scorrette nell’ambito della commercializzazione dei servizi premium utilizzati via Internet da terminale mobile.

Nel corso del 2014, l’’Antitrust aveva ricevuto numerosissime segnalazioni con le quali associazioni di consumatori e utenti di telefonia mobile denunciavano la fornitura non richiesta, e il relativo addebito da parte del proprio operatore sul credito telefonico della sim, di servizi a sovrapprezzo (i cosiddetti servizi premium, quali giochi e video) accessibili durante la navigazione in mobilità mediante banner, pop up e landing page.

Da quanto appurato dalle indagini fatte con la Polizia Postale tra i soggetti in gioco, oltre all’operatore, vi è  il cosiddetto “publisher” ossia l’azienda che inserisce la pubblicità per conto del network pubblicitario, ed il più delle volte il publisher è il vero colpevole dell’inganno, ma avendo quasi sempre sede in paesi extra europei non è perseguibile facilmente, anche perché nascono, muoiono e rinascono (con diverso nome) in poco tempo.

CHI CI GUADAGNA?

Il prezzo pagato dall’utente è ripartito secondo il ruolo rivestito da ciascuno dei soggetti in gioco, ed è proprio il rimpallo delle responsabilità il fattore che aumenta il rischio di condotte a danno dei consumatori. Inoltre tra le righe della decisione Antitrust si legge, in particolare, che il guadagno dell’operatore oscilla dal 30% al 60% dei costi di abbonamento. L’attivazione dei “servizi-truffa” può avvenire in due modi:

  1. Attraverso banner invisibili o mascherati come comandi ingannevoli, presenti nella pagina di un sito su una app. Cliccando sullo schermo anche solo per lo scrolling della pagina si verrà reindirizzati su un’altra pagina da dove viene attivato l’abbonamento, qui servirebbe un secondo clic dell’utente, per la conferma, ma può entrare in gioco la casualità, infatti con i touchscreen sono facili i clic involontari oppure altri trucchi (alcune pubblicità o alcune pagine dei servizi riescono a trovare da soli i codici informatici corrispondenti al clic).
  2. Attraverso un malware che è stato installato sul dispositivo e si occupa di questo famigerato “clic”. Ad esempio i più sofisticati, fanno comparire la pagina del servizio con il tasto “abbonami” ogni volta che l’utente riceve una telefonata e portando all’orecchio il telefono, involontariamente vi clicchiamo.

Dopo questi stratagemmi entrano in gioco i gestori telefonici, che contattati dai fornitori del servizio, forniscono loro il numero di telefono dell’utente, su cui può avvenire l’addebito E su questo passaggio di informazioni che si sono concentrate le nuove decisioni dell’Antitrust e di Agcom. Per la prima volta hanno messo in discussione la liceità di questa prassi degli operatori, che mai hanno chiesto all’utente l’autorizzazione per fornire a terzi il numero. L’Antitrust accusa gli operatori di non aver tutelato abbastanza gli utenti e di aver messo in piedi un sistema che di per sé è lesivo dei nostri diritti e chiede, nella delibera, che gli operatori permettano l’addebito del servizio solo se l’utente scrive il proprio numero di telefono sulla pagina relativa (mai più clic, mai più passaggi di numeri).

Gli operatori si giustificano nelle stesso modo: assicurano di aver attivato sistemi di tutela dell’utente, per controllare che i clic di attivazione siano consapevoli, ma, a quanto pare, non basta, secondo le due autorità. La battaglia è appena cominciata.

COME DIFENDERSI? 

Il numero di telefono è una delle informazioni che un cellulare e le sue app comunicano in rete durante la navigazione. Partiamo dunque da una situazione in cui siamo alla quasi totale mercé dei truffatori. Ad oggi infatti il solo rimedio efficace al 100% è che abbiamo per tutelarci è chiedere agli operatori di impedire qualsiasi servizio premium sul proprio numero. Tuttavia così facendo blocchiamo anche i servizi desiderati come ad esempio il servizio con cui banca ci avvisa via SMS per l’uso della carta di credito. Se non si è disposti a questa misura drastica l’unica soluzione alternativa è evitare di cliccare sui banner (visibili e ingannevoli); qualora malauguratamente fosse successo cercare tempestivamente di tornare indietro con il tasto “back” dello smartphone prima dell’apertura della pagina di attivazione.

Un altro piccolo stratagemma per i possessori di android è l’installazione di un secondo browser senza l’inserimento del comando “utilizza sempre questa app”, così facendo ogni volta che si dovesse cliccare su un banner, lo smartphone ci darebbe la possibilità di scegliere con quale browser aprirlo, permettendoci di poter tornare indietro sui nostri passi con tutta calma e tranquillità.

Fonte infografica: repubblica.it

 

Fonti: “Repubblica.it” e “Agcm.it

Riguardo Agostino Ferrara

Agostino Ferrara
Diplomato al liceo scientifico di Alcamo. Studente di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo. Appassionato di politica e attualità, di scienza e arte e tecnologie informatiche, come anche di modelli economici e finanziari. Collabora con il giornale online "IoStudio" dell'Ersu di Palermo.

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