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La DECRESCITA è felice? A Palermo l’autore della teoria, Serge Latouche

A Palazzo Steri, in una gremita Sala Magna, in occasione degli eventi organizzati durante “Le Vie dei Tesori” si è svolto il convegno “La decrescita è felice?”  con la presenza di Serge Latouche, filosofo ed economista francese e l’antropologo siciliano Franco La Cecla.

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È La Cleca a iniziare l’incontro ponendo la seguente questione al francese: “La Sicilia che non si sente nella crescita, si può ritenere allora dentro la decrescita?

Latouche risponde affermando: “La Decrescita non è asimmetrica alla crescita. In verità è uno slogan, è una provocazione, lanciata nel 2002, per raccogliere l’esigenza. La Sicilia, almeno dal Risorgimento, è dentro un sistema della crescita. Il problema è «la crescita per la crescita» che dovrebbe essere invece «crescita per i servizi». La crescita è basata su una triplice illimitatezza: del prodotto (che produce lo sfruttamento delle risorse naturali), del consumo e quindi l’illimitatezza dei rifiuti (l’inquinamento).
Sono bretone e sono uno degli ultimi bretoni che hanno conosciuto il sapore dell’acqua delle sorgenti. Oggi le falde sono inquinate dalla melma dei maiali e beviamo l’acqua nelle bottiglie ma queste sono fatte di plastica.
Essendo in Italia, voglio dire che il capitalismo è nato in Italia: ad Amalfi con il primo codice del commercio – così come dice Marx – poi ci sono state Firenze, Genova ma, fino al XVIII secolo, esso era incastrato dentro la società.”

Il filosofo, poi, disquisisce del ruolo dell’energia fossile affermando che il welfare state è fondato sul cosiddetto sistema dei “vincitori e vincitori” che rende possibile ad esempio il famigerato l’assistenzialismo siciliano. Chiosando sul tema viene evidenziato che in questa concezione in realtà c’era chi perdeva – e continua a perdere – e questa era – ed è -principalmente, la natura.

Latouche stesso parla dell’internazionale a cui appartenne e che, prima di coniare la “decrescita serena”, sviluppò con Karl Polanyi e Ivan Illich,  un’analisi critica allo sviluppo e in particolare allo sviluppo del nord sulle spalle del sud del mondo. Con la fine del mondo sovietico – finisce per dedurre l’economista – non poteva che avere ragione (rispetto a queste basi) la Thatcher quando ebbe a coniare il suo “There is no alternative”.

Il francese, poi, racconta come la voce “decrescita felice” nasca dalla critica a un altro slogan, quello dello “sviluppo sostenibile” che racconta essere una trovata comunicativa dei soggetti più ricchi del mondo che crearono un comitato per lo sviluppo sostenibile che ivi includeva i soggetti che più inquinavano al mondo.20161028_174256

Tracciando la strada della decrescita felice, Latouche afferma anzitutto: “Occorre decolonizzare l’immaginario e, per capire come fare, occorre individuare come l’immaginario è stato colonizzato”. È necessario depurarsi dall’economia che, fino al diciassettesimo secolo, non esisteva nel dibattito pubblico e quindi nell’immaginario individuale. L’economia ha preso il posto – racconta – della dimensione morale  in quanto capacità di disciplinare il contegno umano. Le società hanno sempre provato a contenere la volontà tracotante dell’uomo. Non sempre ci sono riuscite e l’esempio ci viene proprio dal filosofo morale per eccellenza: Aristotele, il quale fu maestro di un grande esempio di uomo che tenta di andare oltre la misura: Alessandro. Il secondo passo, pertanto, è ritrovare il senso della misura: “Occorre recuperare il senso del limite, non un senso del limite esterno e trascendente, ma un senso del limite che è dentro di noi: è democratico”. Il terzo momento pretende di praticare il tecno-digiuno, dimostrarsi capaci di autonomia rispetto alla tecnologia: servirsene senza asservirsene e questo consiglia senza radicalizzazioni.

Parlando di Europa, Latouche cita Denis de Rougemont affermando che l’Europa deve ripensarsi come “confederazione di piccole repubbliche” e non come istituzione della “concorrenza non falsata” che dice essere un eufemismo per dire “guerra di tutti contro tutti”o, come ironizza, “libera volpe in libero pollaio”. Il protezionismo, se non aggressivo, non causa la guerra ma la concorrenza sì e i tempi moderni lo provano.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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