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"Di fronte a queste immagini, chi può dire se sia più pericoloso il pazzo o il manicomio che lo vuole fabbricato  a immagine della violenza che esercita?" F.Basaglia
"Di fronte a queste immagini, chi può dire se sia più pericoloso il pazzo o il manicomio che lo vuole fabbricato a immagine della violenza che esercita?" F.Basaglia

Un viaggio nella condizione umana degli internati nei manicomi

Si svolge al palazzo Ajutamicristo la mostra “La condizione umana” organizzata in occasione dei 40 anni della legge Basaglia. A cura di Helga Marsala, il progetto è promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e realizzato dalla Soprintendenza BB.CC.AA. di Palermo.

La mostra resterà aperta fino al 31 marzo 2019. “La condizione umanaoltre l’istituzione totale” è un vero e proprio viaggio nelle vite degli internati, nella storia dell’anti-psichiatria e di un uomo che ha cambiato l’Italia.

ORARI MOSTRA: Tutti i giorni 9.00-13.30; mar 9.00-18.30

INGRESSO GRATUITO – INFO: Tel. 0917071425; 0917071411; info.lacondizioneumana@gmail.com;

Al centro dell’esposizione ci sono gli sguardi di artisti, fotografi, registi, cronisti: Letizia Battaglia, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Massimiliano Carboni & Claudia De Michelis, Bruno Caruso, Fare Ala(con la partecipazione di Francesca di Pasquale, Beatrice Monroy, Gabriele Montalbano Salvatore Mugno, Wu Ming 2), Luciano D’Alessandro, Christian Fogarolli, Stefano Graziani, Eva Koťátková, Uliano Lucas, Federico Lupo, Domenico Mangano & Marieke van Rooy, Enzo Umbaca, Franco Zecchin. Nomi storici, insieme ad affermati esponenti delle ultime generazioni, che lavorando tra l’immagine ,il racconto e l’inchiesta guardarono alla sfida basagliana portando avanti indagini e ricerche sul tema.

Frammenti e reperti di vite vissute al margine, nell’isolamento e nel dolore in uno scenario suggestivo, la grande ala del palazzo Ajutamicristo, dall’aspetto consunto che richiama l’estetica dei molti manicomi italiani dismessi.

Il privilegio di ricordare un grande uomo, Franco Basaglia, psichiatra, neurologo, saggista, negli anni direttore degli ospedali psichiatrici di Gorizia, Colorno, Trieste, affiancato nel suo percorso professionale dalla moglie Franca Ongaro.

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Un uomo che con le sue battaglie per la chiusura dei manicomi, promosse una nuova concezione della psichiatria a partire da una diversa considerazione delle persone con disagio mentale, dei loro bisogni, della loro personalità.

Una lotta contro le istituzioni totali che annullavano le vite degli internati. Franco Basaglia ridiede voce, diritti e libertà a queste persone recluse fra le quattro mura dei manicomi. Era il 13 maggio del 1978, il parlamento italiano finalmente approvava in via definitiva la Legge n.180 (ribattezzata legge Basaglia).

Era la fine di abusi, pratiche disumanizzanti ritenute fino a quel momento “cure”(dall’elettroshock alla lobotomia), umiliazioni e segregazioni.

La mostra riprende la necessità dell’epoca di entrare nei manicomi e immortalarli, abbattere i muri, svelarne l’invisibile e l’indicibile.

Nel 1967, in “Che cos’è la Psichiatria”,Basaglia scriveva: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

               

L’uomo pone il confine tra “normalità” e follia, un sottile filo sul quale ogni giorno ci destreggiamo come equilibristi. Ed è la paura di perdere questo equilibrio che ci fa respingere il diverso, il malato mentale, isolandolo nella sua condizione. Rimuovere dalla società colui che veniva considerato “pazzo”. Era questa la funzione dei manicomi, era questo il motivo di tanta indifferenza a quella devastante sofferenza dell’animo umano su cui Basaglia accese i riflettori.

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« Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([…]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo » Franco Basaglia

 Mario Scalesi

 

Spogliati di sé, gli uomini e le donne chiuse nei manicomi, spesso pieni di talenti, diventavano un numero. Come il poeta Mario Scalesi che venne ricoverato nel manicomio di Palermo la Vignicella, dove morì nel 1922.

 

 

 

 

Modello in scala dell'Ospedale Psichiatrico Pisani di Palermo
Modello in scala dell’Ospedale Psichiatrico Pisani di Palermo

Dalla Real Casa dei Matti, fondata da Pietro Pisani nel 1824, fino alla Vignicella dei Gesuiti e al vicino complesso dell’Ospedale psichiatrico costruito da Francesco Paolo Palazzotto nel 1885 – dichiara l’Architetto Lina Bellanca, Soprintendente di Palermo – la città testimonia anche attraverso l’architettura l’evoluzione dei trattamenti sanitari rispetto alla malattia mentale. È rimasto per me sconvolgente e indelebile il ricordo della visita all’Ospedale di via Pindemonte, nell’ambito di un corso universitario, poco prima dell’approvazione della legge Basaglia.”

 

 

Lettere dall'archivio
Lettere originali scritte dagli internati dell’ex ospedale psichiatrico di Palermo. Scrittoio d’epoca della collezione di oggetti storici della Vignicella

Tra le opere esposte, anche una sezione dedicata alle lettere degli ospiti della Vignicella, da cui si percepisce il grido di dolore di quegli esseri umani privati delle loro identità.

Tra gli storici documenti video selezionati: l’inchiesta di Sergio Zavoli del ’68 “I giardini di Abele”, il film sperimentale di Michele Gandin del ’69 “Gli esclusi” e il lungometraggio “Matti da slegare” del 1975, diretto da Bellocchio, Agosti, Petraglia, Rulli.

 

 

 

Soli e vittime delle peggiori torture, i “folli” sono stati trasformati nell’ombra di loro stessi. Le loro sono storie di forza, di lotta per la libertà, di voglia di esprimere il mondo che custodiscono al loro interno.

Letizia Battaglia, Via Pindemonte, Ospedale Psichiatrico di Palermo-1983
Letizia Battaglia, Via Pindemonte, Ospedale Psichiatrico di Palermo-1983

La legge 180 segna un punto di svolta nella storia. L’obbiettivo fu liberare i malati dalla tirannia che si è esercitata su di loro per riconquistare il contenuto umano della vita.

Il malato non è più obbligato a restare in questi istituti contro la sua volontà e non è più considerato elemento di disturbo sociale, ma persona libera. Il ricovero coatto è oggi previsto solo in casi eccezionali, ed è chiamato Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), affiancato dall’Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO). Tale legge ha gettato le basi per creare condizioni ottimali di cura della malattia mentale.

Come non citare il filosofo francese Michel Foucault che nella sua opera “Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique” scrisse:

“Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia.[…]

Resterà soltanto un enigma di questa Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse oltre? Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi, in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo? Perché ha affermato con chiarezza a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”

 

 

 

Riguardo Giulia Smecca

Giulia Smecca
Nata a Catania. Studentessa fuori sede di Scienze e Tecniche Psicologiche presso l'Università degli Studi di Palermo.

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