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le parole rubate

Al Teatro Massimo “Le parole rubate”, dramma giornalistico di una storia ineffabile

Cosa c’è di più drammatico del tentativo di raccontare nitidamente una storia mentre le parole sfuggono, vengono meno e con loro la nitidezza dei fatti? Cosa c’è di più drammatico della deflagrazione di una fonte? Professionalmente per un giornalista non c’è nulla di peggio perchè nella polverizzazione della fonte e nell’ineffabilità si nega la stessa natura del proprio mestiere. Si tenta allora di ricostruire la realtà, si tenta di rubare al baratro quanto più possibile e questo solo per un fine: rispondere a una sete, la sete di conoscenza, la sete di verità. Questo è il dramma che ieri Gery Palazzotto e Salvo Palazzolo (autori dello spettacolo) hanno portato in scena al Teatro Massimo di Palermo con “Le parole rubate”: l’ossimorico tentativo di dire l’ineffabile, di rispondere a quelle domande che ancora oggi Palermo, la Sicilia, l’Italia si fanno.

Sì, “ancora oggi”, come se fosse ancora oggi quel 23 maggio 1992, o quel 19 luglio 1992; “ancora oggi” per l’incapacità di accettare la storicità di questi problemi; e così, fa bene il giornalista a non cedere il posto allo storico: la bocca brama, ancora, con la stessa sete: d’essere bagnata da quella verità.

“57 giorni. Quante parole scorrono in 57 giorni? Direte voi:”Dipende da quanti sono quelli che parlano”. Giusto! Allora cambio la domanda. Quante parole possono essere rubate in 57 giorni? Direte voi:”Perchè? A che serve rubare le parole?” A nulla, se di quelle parole è stato fatto un duplicato, come si fa con una chiavi di casa, una fotocopia, come si fa con i documenti. Ma come si fa se si tratta di parole uniche, importanti, anzi, cruciali, e se quelli che le hanno pronunciate non ci sono più? Come la mettiamo se quelli che le hanno pronunciate ci avevano provato a duplicarle, a fotocopiarle quelle parole ma qualcuno ha sottratto anche i duplicati?” inizia così lo spettacolo in cui Ennio Fantastichini fa la spola tra la borsa di Paolo Borsellino (da cui fu trafugata l’agenda rossa) e il Compaq di Giovanni Falcone (da cui furono cancellati gli appunti in cui il giudice annotava tutto quello che gli succedeva). Un dramma di cui è regista Giorgio Barberio Corsetti, con il suo chroma key, tesse in scena il mistero di volti sconosciuti. Uomini senza volto, che maneggiano la borsa e i computer e, che si rendono protagonisti dei furti delle parole decisive, autori di questa storia non raccontata.18581908_1404254752966590_7113345311128224485_n

Le parole rubate sono un filo rosso nei delitti di mafia: gli otto sacchi di documenti di Peppino Impastato, le carte della cassaforte della casa del generale Dalla Chiesa, l’agenda di Ninni Cassarà, la videocassetta sottratta dalla macchina di Mauro Rostagno, gli appunti di lavoro di Nino Agostino, i file dai computer del giudice Falcone, l’agenda rossa di giudice Borsellino. Tutte parole scomparse!

Questo spettacolo fa emergere però un altro filo rosso: quello delle responsabilità. La responsabilità dei magistrati che prelevarono i computer dalla stanza di Falcone soltanto a distanza di mesi dalla morte dello stesso, e dopo aver lasciato senza sigilli la stanza e incustoditi i computer. La responsabilità di chi ha avuto per le mani la valigia di Borsellino con l’agenda rossa, di chi ha scritto il rapporto di servizio in cui si acquisiva la borsa soltanto un mese dopo la strage di via d’Amelio.

Responsabilità, parola che viene dal latino respondere: rispondere. Chi ha risposto di questi errori? Nel lungo elenco di nomi mancano proprio le risposte alla domanda principale: chi è il responsabile?

Le domande che ci poniamo e i volti delle vittime, proiettati sui lenzuoli bianchi stesi dai palchetti, in segno di “richiesta di verità e di giustizia”, riempiono il teatro alla fine dello spettacolo. È opportuno sperare che questo venga ripetuto e che sia divulgato il più possibile in ossequio a quella funzione paideutica che il Teatro Massimo vuole avere; ma soprattutto deve avere, in una Palermo che non può credere d’aver vinto una mafia che, proprio alla vigilia dell’anniversario, ha dato chiari sussulti atti a ricordare la sua esistenza.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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