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Il business dell’immigrazione

Con i ‘’Viaggi della speranza’’, i clandestini cercano di costruirsi una vita migliore e lontana dalle guerre e dalla povertà. Per raggiungere le coste italiane tramite i barconi, è necessario che si paghi una somma che si aggira intorno ai 2.000 euro.

Chi controlla e gestisce queste attività? Una relazione dei servizi segreti parla di organizzazioni criminali straniere con referenti in Italia, che lucrano su questo genere di attività. Un giro d’affari complicato da calcolare, anche se non mancano alcune stime: soltanto dalla Libia si sfiorano «i 3-4 miliardi di dollari all’anno, poco meno del 10% della ricchezza libica ancora galleggiante sul petrolio».

Anche la mafia allunga le mani sulle vite dei migranti, come dimostra un’indagine di qualche anno fa, con la quale è stata accertata la responsabilità e la presenza del clan Brunett0 (vicino ai Santapaola) che avrebbe gestito il traffico di persone e il lavoro degli scafisti.

Nei barconi che giungono nelle nostre coste è possibile trovare anche minorenni di qualsiasi età. Qualche mese fa, il ministro degli Interni Angelino Alfano, avendo preso parte alla seduta della Commissione parlamentare antimafia della Sicilia, ha fornito alcuni dati: sono 3.707 i migranti minori scomparsi dai centri di accoglienza in Italia su 14.243 registrati a seguito degli sbarchi nelle nostre coste, non escludendo che i suddetti scomparsi entrino nel circuito dell’illegalità, a partire dalla prostituzione.

Il business dell’immigrazione clandestina non si ferma qui. Ogni anno, lo Stato italiano per assistere le persone sfuggite dalle guerre, dalla povertà, spende poco più di un miliardo e 800 milioni di euro. Un fiume di denaro che si è trasformato in business per albergatori, coop spregiudicate e truffatori che accolgono queste persone. Un letto, i pasti, il vestiario, i farmaci necessari e un minimo di pocket money: 45 euro al giorno è la spesa media per ogni immigrato che mette piede in uno dei 27 centri, una cifra che aumenta fino a 70 euro se si tratta di minori. Il resto del denaro viene dato a chi gestisce il centro. Per questo al di là degli appalti che si riescono a ottenere, è necessario avere quanti più ospiti possibili. Diversi sono i ‘’colossi’’ del business dell’accoglienza che tengono stipati, per mesi, il doppio o il triplo degli ospiti, tutto a danno delle condizioni di vivibilità di questi centri e a vantaggio delle tasche dei gestori, che  raggiungono un guadagno di 500.000 euro. L’inchiesta ‘’Mafia Capitale’’ conferma il business milionario; infatti nell’intercettazione telefonica tra Salvatore Buzzi (braccio destro del boss della cupola romana Massimo Carminati) e Odevaine si parla di affare che ‘’rende più della droga’’. Secondo gli inquirenti si sarebbero creati dei veri e propri cartelli tra le cooperative.

All’indomani dell’ennesima strage nel mediterraneo,  un’inchiesta della Procura di Palermo ha portato alla luce l’esistenza di alcune ‘’cellule’’ italiane di un network transnazionale che si occupavano di far fuggire i migranti dai centri di accoglienza dopo gli sbarchi per far proseguire loro il viaggio fino alla destinazione finale in Nord Europa: il tutto dopo un ulteriore pagamento. La base operativa era nel centro Cara di Mineo, dove i terminali di questo network internazionale del traffico di uomini agivano liberamente. Il lavoro dei componenti delle cellule era facilitato da una serie di uomini sparsi per l’Italia: Palermo, Catania, Agrigento, Roma e Milano.

Riguardo Manfredi Cavallaro

Studio presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Ho collaborato con ''L'Ora''.

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