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spaesamento

Fratto_X e l’atassia dell’uomo contemporaneo

Un monopattino telecomandato è metafora dello spaesamento che accompagna lo spettatore per tutta la durata di Fratto_X, spettacolo scritto da Flavia Mastrella e Antonio Rezza – che ha debuttato il 22 marzo al teatro Biondo di Palermo.

Il girare su se stesso del monopattino non è altro che l’arrancare dello spettatore attraverso lespaesamento
fasi dello spettacolo, che disorienta perché mette in crisi ogni possibile pretesa artistica e ogni certezza in una progressiva distruzione nietzschiana di qualsiasi assoluto.  Questa distruzione capillare – espressione di una profonda e divertita critica della spersonalizzazione della realtà in cui si muove l’uomo contemporaneo –  sulla scena è portata avanti da Antonio Rezza con Ivan Bellavista, in una danza atassica e schizofrenica. In questo contesto gli unici dialoghi possibili sono dialoghi impossibili, durante i quali i confini tra il sé e l’altro si annullano tragicamente. Dialoghi in cui non si riconosce la propria voce proprio perché in realtà si sta parlando con la voce di un altro; di cui ci si lamenta ma senza del quale non si sa cosa dire.

spaesamentoRezza è Mario, che da 44 anni interpreta sè stesso senza neanche un giorno di ferie: Mario è l’ «Io» che si separa, diventa schizofrenico e si oggettivizza. L’«Io», l’identità diventa quasi una cosa che si può decidere o meno di indossare, la parte di un copione. Ma quale parte si deve recitare? Questo sembra voler chiedere Rezza che diventa Rocco, poi Rita, poi Rocco che imita Rita o Rita che imita Rocco.

Due teli formano una grande X al centro della scena: negazione e incognita. E’ proprio dentro questa X che naufraga l’uomo (Ivan Bellavista), in preda ad un’ “ansia terminale” che non è altro che l’ansia di vivere, di scegliere, di credere. E’ il fratto ad uccidere, a gettare l’uomo in mezzo ad una X. Fratto che  è la tendenza a dividere, semplificare, spersonalizzare; tendenza, di cui l’uomo è vittima e promotore allo stesso tempo.

Uno dei teli diventa velo: Rita da Cascia accompagna lo spettatore in un’escursione fino alle origini della religiosità, dell’amicizia, dell’amore rivelando come questi non siano sostanza ma accidenti.

Con uno specchio Rezza dirige la luce verso lo spettatore, assegnandogli un’identità non sua, che fa ridere e sorridere. Ma chi dice che l’identità che si crede “propria” sia più vera di una qualsiasi altra identità, che venga assegnata – a caso – nel buio di un teatro, dalla luce riflessa da uno specchio?

Riguardo Maria Francesca Saija

Maria Francesca Saija
Studentessa della facoltà di Medicina e Chirurgia nell'ateneo di Palermo. Topo da biblioteca fin dal 1995, attualmente cerco di destreggiarmi tra gli impegni accademici e l'amore per l'arte. Ad Agosto 2017 ho auto-pubblicato una raccolta di poesie: Fuochi di paglia (qui il link -> http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/352633/fuochi-di-paglia/).

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