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ph. Garbo

Con la Carmen al Teatro Massimo va in scena la realtà

La Carmen è un opera, di certo, nazional popolare – e lo testimonia il sold out dell’anteprima giovani e l’entusiasmo con cui il pubblico ha assistito alla prima del 26 Novembre – assistervi diventa decisamente più interessante quando lo spettacolo riproduce la complessità della realtà con i suoi chiaroscuri, con il suo squallore e con la sua bellezza. La Carmen e l’arte più in generale diventa più interessante, insomma, quando si sforza – e ci riesce, in questo caso – di mandare in scena la contraddizione del reale senza che questa sia angosciante ma piuttosto sia armoniosa.

Altrimenti non potrebbe dirsi per spiegare come i colori opachi del primo atto piano si concilino perfettamente con la musica briosa che contemporaneamente viene eseguita. In questa direzione si estrinseca tutto lo spettacolo che non propone mai colori caldi se non in un momento, durante il coro e la marcia “Les voici, le quadrille!”, una festa nell’opera che sembra comunicare che solo la gioia riscalda il cuore.

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Questa Carmen, in ritorno da un tour internazionale che aveva fatto tappa a Palermo nel 2011, è però l’opera della realtà per due ragioni che più risaltano agli occhi dello spettatore: perchè porta in scena un femminicidio e perchè porta in scena come è stato sottolineato già la frontiera.

Altro non può essere che un femminicidio, l’omicidio di Carmen (Varduhi Abrahamyan) da parte di Don Josè (Arturo Chacón-Cruz) che uccide la protagonista perchè il suo amore non è più corrisposto. Non può non essere una storia maschilista quella portata in scena, come provano i versi “Quando si tratta di inganno, di imbroglio, di furto, è sempre bene, in fede mia, avere donne con sé, e senza di loro, le bellissime, non si combina mai niente di buono!” Non può che essere azzeccata la scelta di voler riproporre un tale spettacolo nelle giornate contro la violenza sulle donne. Il tutto però senza mai scadere nel luogo comune, senza voler prendere parte a un dibattito a cui l’opera per la sua vocazione all’eternità non vuole partecipare. Le donne sono mercificate ma non sono reizzate. Il Destino incombe sulla loro sorte ed esse, non solo non si ribellano con una diversa condotta, ma lo accompagnano: dimostrano che l’alienazione della dignità è sempre una scelta.

C’è infine la frontiera, c’è il sud del mondo, c’è l’emigrazione sulle macchine, c’è il contrabbando che rappresentano però la ricerca della libertà: l’esodo verso la nuova vita. Una ricerca realista che ricorda la “frontiera tra Ceuta e il Marocco, – come affermato dal regista Calixto Bieito, infatti – nella parte marocchina, c’era un’enorme piazza dove le macchine dei contrabbandieri, tutte Mercedes degli anni Settanta, si fermavano aspettando di concludere i loro affari. Sono rimasto impressionato vedendo quelle macchine e l’energia della frontiera. Crudele, disperata ed esasperata, tremendamente brutale”. È una ricerca, infatti, che non smette di essere luogo di contraddizioni quella di una libertà nella prevaricazione, una libertà falsa alla mercè dei mercenari, malgrado Carmen canti “quello che voglio è di essere libera di fare quello che mi piace.”

Un ultimo tema merita di essere trattato e questo non concerne la Carmen.

Due voci fuori campo prima dello spettacolo hanno letto il testo che per la sua chiarezza si riporta integralmente:
“Gentile pubblico, il ministro Franceschini occupandosi delle fondazioni lirico sinfoniche ha deciso che la cura migliore è decretare la fine dell’opera italiana. Prima ancora di accertare bisogni difficoltà e prospettive ha deciso che tutte le fondazioni che entro il 30 giugno del prossimo anno non rispetteranno i requisiti – sempre da lui decisi, ma non ancora comunicati –  perderanno il sostegno dello Stato. Senza questo sostegno economico sarà impossibile per Regioni e Comuni affrontare i costi del teatro lirico che mette in scena spettacoli come quello di oggi.
L’opera lirica italiana è parte della nostra identità e la lingua italiana si canta in tutti i teatri del mondo. Declassare le fondazioni equivale a impoverire la cultura del paese. Senza spettacoli lirici e senza danza perderemo i talenti che da sempre il nostro paese esprime. La lirica, per restare eccellenza ha bisogno di risorse pubbliche certe. Siamo sicuri in tutto il mondo per la bellezza e la cultura della nostra tradizione lirica Per questo diciamo no al declassamento delle fondazioni liriche e ai teatri vuoti. Salviamo la lirica italiana”.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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