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Cassazione: foto altrui nel profilo Facebook è reato di sostituzione di persona

Utilizzare una foto altrui nel proprio profilo Facebook, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o un danno, integra gli estremi del delitto di sostituzione di persona ai sensi dell’art. 494 c.p. A ribadirlo è una recentissima pronuncia emessa dalla Corte di Cassazione (n. 4413/2018).

La disposizione infatti punisce con la pena della reclusione fino ad un anno: “chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici”. Sulla fattispecie criminale i giudici di legittimità si erano già pronunciati nel 2014 con la sentenza n. 25774. Anche in quel caso, l’imputato aveva creato un profilo fake su un social network (si trattava di Badoo) riproducente l’effige della persona offesa, con una non veritiera descrizione sulle abitudini comportamentali di quest’ultima.

Di regola, il reato di cui all’art. 494 c.p. si ritiene integrato dalla condotta testé menzionata poiché il soggetto attivo del delitto, mediante una falsa identità, usufruisce dei servizi del sito, consistenti essenzialmente nella possibilità di comunicazione in rete con gli altri iscritti (indotti in errore sulla sua identità) e di condivisione di contenuti.

Nella maggior parte delle ipotesi il dolo specifico richiesto dalla norma (“al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno”) si traduce nell’intenzione di intrattenere, mediante l’identità altrui, rapporti con altre persone o nell’intenzione di danneggiare l’immagine e la dignità della persona offesa.

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Con la pronuncia del 2014 i giudici di legittimità hanno anche precisato il bene giuridico tutelato dall’art. 494 c.p., infatti, secondo questi, l’“oggetto della tutela penale è l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali; siccome si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia d’un determinato destinatario, il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica, e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome”.

 

Riguardo Salvatore Casarrubea

Salvatore Casarrubea
Classe '94, diplomato al Liceo Classico, attualmente frequento la facoltà di Giurisprudenza. Mail: salvocasarrubea@gmail.com

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