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“Bianco Tenebra. Giacomo Serpotta, il giorno e la notte” di Luca Scarlini

Una Marina di Libri, conclusasi ieri, è stata un momento di riflessione sulla bellezza delle città e quindi – per ovvie ragioni – sulla sua arte e per questa ragione non doveva mancare Giacomo Serpotta raccontato da Luca Scarlini nel libro, edito da Sellerio, “Bianco Tenebra. Giacomo Serpotta, il giorno e la notte”.
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Per un ora l’autore ha incantato il pubblico con una orazione che ha sguarciato il tempo facendo immaginare il settecento palermitano e il lavoro preciso e veloce del grande stuccatore evocando financo gli odori delle cripte degli oratori. Ma non c’è stato solo il settecento. C’è stato anche il novecento con tutte le suggestioni che Serpotta ha saputo creare negli autori del secolo scorso.
Lapidario, all’inizio della sua orazione, Scarlini ricorda Ernesto Basile che disse: “Serpotta il più grande scultore, paragonabile al Bernini”. Poi egli tratta di alcuni temi come quello delle falsificazioni e come i casi di Serpotta rubati, o spesso dismessi dalla chiesa.
I temi più interessanti vengono in risalto quando l’autore ricostruisce il contesto in cui lo stuccatore operò. Serpotta, infatti, ha saputo cavare il massimo da quello che girava per il mondo a testimonianza del fatto che il mondo era molto meno chiuso di quanto si possa immaginare. Questa apertura risalta particolarmente rispetto al concetto di insularità. La Sicilia come luogo di scambi commerciali del Mediterraneo diviene sede di uno visione del mondo unica.
C’è poi il rapporto tra le statue morte che comunicano vita e i luoghi in cui esse sono collocate: gli oratori sedi di confraternite, spesso dedite alla cura dei morti.  Scarlini qui esalta il contrasto tra le statue e la fine del corpo a cui si assisteva nelle cripte sottostanti. Fine del corpo che Serpotta conosceva bene essendo della Confraternita dei Miseremini di San Matteo al Cassaro.
Le statue fanno da contraltare poi alla realtà esterna del tempo. I putti quasi obesi delle opere serpottiane è immaginabile che non riproducano affatto i bambini smagriti, di certo non obesi che doveva vedere Serpotta per le strade di Palermo. Questo racconta quindi come l’arte sia sublimazione della vita in un’estetica del miraggio della felicità.

Infine c’è l’aspetto più tecnico dell’operazione artistica serpottiana. Principalmente il fatto che lo stucco sostituisce il marmo di Carrara che in Sicilia non c’è e di consegunza la magia artigianale che ha prodotto stucchi con una lucidità irripetibile. Tutto questo, nota Scarlini, è il segno di un artigianato, di una sapere, perduto perchè assunto come scontato. Un artigianato che si è perso per le trame della storia in un’Italia che prima di impoverire, non seppe creare scuole d’arte per insegnare i segreti degli stucchi del Serpotta, dei maestri specchiai di Venezia emigrati in Francia, degli Stradivari, della scrittura e incisione su stecca di balena.

Del monito finale di Scarlini siamo chiamati a fare tesoro. Una scongiurata perdita delle opere serpottiane comporterebbe l’irrimediabile fine di pezzi unici, per la citata irripetibilità delle tecniche. Compito delle collettività, destinatarie di tali opere è promuoverne una una sempre più attenta tutela.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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