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Aldo e Rosemary, due storie sbagliate. Al Teatro Biondo debutta “Nel nome del padre”

Mercoledì, 15 marzo, ha debuttato in prima nazionale al Teatro Biondo di Palermo “Nel nome del padre”, diretto da Alfio Scuderi e interpretato da Paolo Briguglia e da Silvia Ajelli. Interamente prodotto dallo Stabile, lo spettacolo è tratto da un omonimo testo scritto nel 1997, in cui l’autore, Luigi Lunari, immagina di far dialogare due figure storicamente esistite, ma appartenenti a due mondi (perlomeno in apparenza) inconciliabili.

Da un lato Lei, Rosemary Kennedy (Silvia Ajelli), figlia di Joseph P. Kennedy e sorella del celebre presidente degli Stati Uniti d’America, cresciuta nell’agio e nel benessere economico; dall’altro Lui, Aldo Togliatti (Paolo Briguglia), figlio di Palmiro, di famiglia povera e rivoluzionaria che fu per lungo tempo esule dall’Italia.
Stando a queste premesse, che cosa può avere in comune il figlio del segretario del PCI con la figlia di un potente capitalista americano?
Malati entrambi di schizofrenia e per questo rinchiusi in una clinica psichiatrica, Aldo e Rosemary sono figli imperfetti, fragili e depressi, schiacciati dalla ingombrante personalità dei loro rispettivi padri e incapaci di seguirne le orme.

I due giovani si trovano catapultati in uno spazio misterioso e incerto, scenograficamente rappresentato come la stanza di una clinica psichiatrica, ma che si rivelerà essere un luogo di passaggio tra la vita e la morte: il purgatorio nel quale dovranno necessariamente convivere prima di raggiungere, finalmente, l’Eterno Riposo. Secondo una definizione dello stesso regista, va in scena una sorta di anticamera dell’eternità in cui i protagonisti, grazie ad un confronto diretto e obbligato, hanno la possibilità di indagare sé stessi e purificarsi dalle loro trame interiori.
Prescindendo dalla lontananza ideologica e geografica, Aldo e Rosemary hanno in comune una sensibilità autentica e sofferta, accentuata dal dramma della malattia; sono due facce della stessa medaglia, due storie in una che raccontano un conflitto generazionale e un’esistenza tormentata.

Dopo una iniziale reticenza, dettata da un tenero e delizioso imbarazzo, prende vita un dialogo-confessione di due identità che si intrecciano e si svelano. Intellettuale colto e avido di letture lui, stravagante ma riservata lei, si tratta di due vite negate alla vita che si avvicinano tra di loro in un lento crescendo emotivo, riscoprendosi l’uno lo specchio dell’altra.
Mentre “Aldino” accusa la mancanza di attenzioni da parte del padre, tutto dedito al Partito, unica reale passione; la “piccola” Rosemary, invece, manifesta il suo disagio causato dall’ossessione del padre nel tutelare le apparenze e prevenire che qualsiasi forma di scandalo possa mettere a repentaglio l’immagine di un’intera famiglia.
Una bambola e un trenino simboleggiano i momenti più delicati di una triste infanzia ancora irrisolta.

Il regista costruisce un dramma sentimentale in cui la Storia si fa da parte per cedere il passo unicamente ad uno spazio privato, all’interno del quale i protagonisti, svincolati finalmente dall’opprimente legame con la famiglia di origine, sono rappresentati nella loro pienezza emotiva e psicologica.
Messi da parte i condizionamenti ideologici dei rispettivi padri, sono semplicemente un uomo e una donna ed è in questa dichiarazione di umanità indifesa che risiede la chiave di lettura dell’intera opera teatrale.

Inoltre, tra le ombre di un passato angoscioso e la complicità di due caratteri timidi e impacciati, lo spettacolo è in grado di raggiungere una vasta gamma di sfumature tonali che vanno da alcune implicazioni buffe e divertenti a un pathos sempre più acceso e concitato, reso tale anche da un’accuratissima selezione di brani. Attraverso l’introduzione di alcuni intermezzi musicali, infatti, da Bob Dylan a Fabrizio De Andrè, passando per Janis Joplin e Simon and Garfunkel, il regista scandisce il ritmo serrato dei dialoghi e dilata la piéce teatrale.

Alla fine di un lungo percorso che li costringe a mettersi a nudo e a sviscerare i loro traumi, Aldo e Rosemary appaiono stanchi e stremati, ma finalmente liberi! La morte consente loro di spalancare “gli occhi del cervello” e prendere finalmente coscienza di loro stessi, attraverso un’epifania che risuona quasi come un elogio alla imperfezione e alla normalità.
Con la brillante interpretazione di Paolo Briguglia e di Silvia Ajelli, va in scena la poesia di due anime candide che, nella loro purezza disarmante, emozionano e appassionano!

Riguardo Margherita Guzzo

Margherita Guzzo
Di Palermo. Laureata in Lettere, studentessa di Filologia Moderna e Italianistica.

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