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Al Teatro Biondo va in scena Preamleto: catarsi per l’uomo attanagliato tra necessità e libertà

Catartico. Se si dovesse descrivere con una parola quello che è stato il Preamleto in debutto ieri al Teatro Biondo di Palermo (e in replica ogni giorno fino a domenica 19 Marzo), quell’aggettivo sarebbe sicuramente “catartico”.

Sembra a primo acchito non essere un complimento, data la consustanzialità della catarsi alla tragedia. Ciononostante, spesso, gli spettacoli perseguono altri fini. Insomma, non tutti sono capaci di inchiodare – emotivamente oltre che razionalmente – alla poltrona e catturare l’attenzione per tutto lo spettacolo e questo, invece, lo è stato.

Forse per la sapienza prospettica della scenografia che catalizza, con l’aiuto delle luci, tutte le attenzioni verso un unico punto. Forse per l’incedere incalzante dei dialoghi, folti di note profonde. Forse ancora, per la potenza espressiva delle interpretazioni. Di certo, la combinazione di tutti questi elementi ha dato vita a uno straordinario momento teatrale, non solo nel senso artistico ma soprattutto nella trasformazione del Biondo – come accadeva nell’antica Grecia – in agorà, tempio e tribunale.

Preamleto_2Merita di essere visto, e merita di essere visto, in ispecie, dalla coltre affannata degli aspiranti al potere, che nel corrente anno sfileranno il rosario del bene altrui per ottenerne il proprio, come fa il giovane Amleto.

Il governo – attenzione –  è cosa necessaria, e buona e giusta, ma se c’è un monito che questo spettacolo intende fare è quello che esso, il potere, è la cosa più onerosa, che “più potere avrai più cercheranno di darti un veleno forte, più avrai bisogno di farvi fronte con l’antidoto della conoscenza”. Che il saggio Re Amleto, nella sua follia legata all’Alzheimer, non parli solo al figlio Amleto ma al pubblico, inteso come popolo, è una suggestione a cui è bene non rinunciare; in modo particolare quando proprio il vecchio re rompe la quarta parete e si rivolge direttamente agli spettatori denunciando la necessità di quella “commedia”.

La necessità di quella “commedia” è in fondo il perno su cui si fonda il testo di Michele Santeramo il quale parte da Shakespeare per raccontare in scena cosa succede prima della morte di Re Amleto. Questi (interpretato da Massimo Foschi) non è morto ma è in preda a una savia follia di nietzschiana memoria, Amleto (Matteo Sintucci) vuole il potere, Gertrude (Manuela Mandracchia) sente che tutto le sfugge, Claudio (Francesco Villano) non vuole usare nessun veleno contro suo fratello, Polonio (Lino Musella), nei panni di un nobile picciotto, aspetta che le cose si mettano a suo vantaggio. Così, i personaggi di Shakespeare sono colti nel loro privato prima che la tragedia abbia inizio e, come spiega la regista Veronica Cruciani, «sono diversi prima della vendetta, prima della violenza, quando ancora le cose si possono salvare. Ma forse, forse, le cose non si possono salvare».

La fine dell’opera è l’inizio dell’Amleto, quando ormai tutto è consumato e la libera scelta fra il proprio destino e la propria libertà è compiuta. Il sipario non si chiude sulla scenografia perchè l’opera continua nella realtà, e chissà se ivi ci sia ancora una possibilità di salvezza.

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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