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I buoni motivi per scegliere il polo didattico di Agrigento

All’indomani dell’Open Day del polo didattico di Agrigento sono stati in tanti a chiedersi se valga realmente la pena scegliere una sede decentrata e, per certi aspetti, una sede che presenta difficoltà come quella della Valle dei templi. Tanti ragazzi hanno visitato la struttura, si sono confrontati con questa realtà e su ciò che essa può offrire. Sul tema abbiamo sentito il direttore del dipartimento di Architettura di Palermo,  Andrea Sciascia, docente di progettazione architettonica a Palermo e Agrigento.

Quali sono i motivi che dovrebbero spingere uno studente a frequentare un corso di laurea ad Agrigento? andrea sciascia

“Se la domanda la riferiamo, in linea generale, a tutti i corsi laurea presenti al polo didattico di via Quartararo, sarebbe inutile nascondere le difficoltà presenti, ma è giusto valutarne i vantaggi e le qualità. La sede di via Quartararo, a differenza di quella di Villa Genuardi, è una sede decentrata, e quando diciamo decentrata, da architetti, capiamo che la condizione urbana di supporto a un’attività, qual è quella dell’università, è più debole. Essere presenti o inseriti in un contesto urbano trasforma ovviamente le dotazioni, le caratteristiche di quella parte di contesto in qualità che possano essere di supporto all’università. Questo chiaramente rappresenta un limite per il polo. Tuttavia, credo che i docenti nel loro complesso, a prescindere dal fatto che insegnino architettura o altro, si siano in questi anni impegnati nel loro lavoro per raggiungere obiettivi didattici e di ricerca sempre più seri. Da ciò che mi è stato detto e da quello che ho potuto constatare direttamente, le dotazioni della biblioteca sono annualmente in crescita, pur restando, purtroppo, ancora insufficienti. Ma la vera difficoltà sta anche nel confrontare una sede “antica” come quella di Palermo, che quest’anno festeggia 210 anni, con una sua costola che non arriva, nella migliore delle ipotesi, a 20 anni di storia. Se la sua stessa domanda, la riferiamo, nello specifico, al corso di laurea in architettura, ritengo che Agrigento e il suo territorio siano un terreno naturale per gli studi di architettura. Quindi al di là o insieme ai problemi economici, brillantemente risolti dalle sedi decentrate, io studente posso studiare restando a casa e quindi pagando le tasse universitarie senza ulteriori costi. A prescindere dai destini del corso di laurea in architettura, Agrigento di per sé, e non mi riferisco esclusivamente alla Valle dei templi, è un territorio più che idoneo per quest’attività di studio, perché immagino sempre una didattica di architettura “en plein air” e non in aula. Queste aule possono essere adeguate, più o meno decorose però sapendo che a pochi minuti io posso fare lezione al giardino della Kolymbetra, piuttosto che a Santa Maria dei Greci, piuttosto che all’Emporium di San Leone, piuttosto che a Eraclea Minoa o se voglio anche a Selinunte, per non parlare dell’Agrigento medievale e via dicendo, capisce bene che questo, in una condizione in cui si può stare fuori molti mesi dell’anno, è un aspetto che non può e non dovrebbe essere svalutato o sminuito. Quanto abbiamo approfittato di questa possibilità in questi anni? Non posso scendere nel dettaglio, sicuramente per quello che mi è stato possibile me ne sono giovato anche al contrario, portando ragazzi da Palermo ad Agrigento, a volte facendo studiare a quelli di Agrigento i luoghi che magari nel palermitano non avrebbero visto, ma sto sviluppando ad esempio un laboratorio di lauree di Palermo su Agrigento al fine di valorizzarne il territorio.

Come si spiega che molti ragazzi vogliono andare fuori a studiare? Perché la Sicilia a molti di loro “sta stretta”?

Ad Agrigento la tendenza ad andare oltre la Sicilia c’è sempre stata. E questa scelta può essere più che criticata, per certi aspetti, anche compresa: Palermo non è una città particolarmente economica, per cui capivo le ragioni di una famiglia che negli anni Settanta o ancora Ottanta, magari con sacrifici o con agio, decideva di saltare la Sicilia, quindi le università di Palermo, Catania o Messina rivolgendosi ad altre città di Italia o addirittura all’estero. Tuttavia, mi sembra che le famiglie non hanno complessivamente registrato la profonda modificazione dell’università italiana, cambiamento che riguarda ovviamente anche l’università di Palermo e le sue sedi decentrate.  Attraverso l’Erasmus, l’Erasmus Plus, la possibilità dell’iscrizione part time, è possibile, restando ad Agrigento o a Palermo, costruirsi un percorso formativo realmente europeo. Allora essendo tutti giustamente legati, auspico più che alle fuoriuscite ai rientri e trovo inaccettabile che questa grande trasformazione dell’università italiana non sia penetrata all’interno delle famiglie. In realtà non voglio né frenare né mentire a riguardo perché sto parlando di cose che sono state realizzate, quindi, ad esempio, posso studiare ad Agrigento tre anni e due anni a Parigi, posso essere a Palermo e frequentare Amsterdam, Londra. In più, e questo è un mio pallino, soltanto un pallino meridionalista che non so quando mai sarà realizzato, sono anche per un’Erasmus italiano. Cosa voglio dire? Io ritengo che se un ragazzo di Palermo o di Agrigento voglia frequentare un solo corso, un laboratorio di progettazione, per esempio, a Venezia piuttosto che a Milano, piuttosto che a Palermo o Torino, dovrebbe farlo con estrema semplicità e libertà, senza pensare a un trasferimento definitivo. open day andrea sciascia Inoltre, dobbiamo riflettere sul fatto che spesso le politiche di internazionalizzazione di alcuni atenei “ricchi” siano più forti rispetto a quelle delle università del sud. Milano, ad esempio, ha fatto da anni una politica di stabilizzazione di docenti stranieri, per cui, nell’ottica di un eventuale Erasmus italiano, potrei potenzialmente andare a seguire una materia, due materie a Milano, avendo garantita un’esperienza internazionale, senza spostarmi eccessivamente e potendo anche rientrare. Dunque, ribadisco che in tutto questo, al di là degli apodittici a priori disegni familiari, ci sia, rispetto a ciò che realmente abbiamo, una limitata, esigua, insufficiente conoscenza della profonda trasformazione dell’università italiana e poi forse non ci sia abbastanza consapevolezza della positiva componente politica che noi potremmo avere in questa idea di Erasmus italiano. Ci sarebbe una mobilità agevolata e, secondo me, cambierebbero molte di queste idee preconcette. E’ come quando si dice “non ha acqua a casa e poi ha l’acqua nel frigo”, cioè si sviluppa una sete da mancanza, da assenza che non ha più ragione di esistere nella prospettiva di una facile mobilità nazionale. Se c’è stata questa grandissima iper positiva apertura europea, deve esserci ciò anche a livello nazionale. E’ ovvio che il sistema dei crediti consente il trasferimento, però essendo interno a tutti questi meccanismi, so bene che questi trasferimenti sono percorsi non facili, pesanti, difficili da realizzare, invece una mobilità agevolata renderebbe tutto questo molto semplice.

 

Riguardo Maria Eleonora Palma

Nata a Vittoria il 24 novembre 1993, frequento il corso di laurea in architettura presso il Polo didattico distaccato di Via Quartararo ad Agrigento. Ho pubblicato un libro nel 2015 dal titolo "Anche i porcospini possono volare", Algra Editore. Da quattro anni scrivo anche per Liveunict.

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