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51esimo ciclo delle rappresentazioni classiche nel teatro greco di Siracusa

“Sempre, i luoghi di udienza propri delle società arcaiche sono stati considerati come aree sacre, separate, in qualche modo, dal mondo ordinario” (J. Carbonnier). Lo spazio del processo è, infatti, tipicamente uno spazio chiuso, sacro, simbolico.

Recarsi al teatro greco di Siracusa per assistere alle rappresentazioni classiche allestite dall’INDA è, senza dubbio, sempre una grande emozione.

Quest’anno tre le tragedie, le Supplici di Eschilo con la regia di Moni Ovadia, Ifigenia in Aulide di Euripide con la regia di Federico Tiezzi e Medea di Seneca, con la regia di Paolo Magelli.

Il primo spettacolo, recitato come un “cuntu” in siciliano e greco antico, nonostante le oggettive difficoltà nel seguire il testo, è riuscito a trascinare e coinvolgere il pubblico con le sue sonorità e i suoi continui richiami all’interculturalità e al fenomeno della migrazione.

Bello, classico e dolente il secondo spettacolo, con la nota vicenda che vede coinvolti Agamennone, Clitemnestra e la vittima sacrificale, Ifigenia, una giovane e promettente Lucia Lavia.

Un po’ meno convincente, nonostante l’ottima interpretazione dell’attrice protagonista, la Medea di Seneca; da apprezzare però la ricerca d’innovazione dell’allestimento.

Negli schemi teatrali, spesso allo spettatore è affidato il compito di ricomporre cronologicamente i fatti che gli vengono presentati in una successione non sempre consequenziale. Nell’Edipo re di Sofocle, ad esempio, la storia inizia quasi dalla fine, nel giorno in cui Edipo, al termine della sua avventura, vedrà palesarsi il suo tragico destino. In questo caso, l’intervento dei messaggeri e del coro fornisce gli elementi necessari alla ricostruzione degli eventi.

Nella Medea di Paolo Magelli il coro ha invece assunto tutt’altra funzione, ossia quella di deridere Medea che, in quanto barbara (non greca di nascita ma d’adozione), si trova in una condizione di esilio non solo dalla sua città adottiva Corinto, ma anche dalla sua famiglia. È stato forse questo l’elemento che più è mancato allo spettatore, un coro che ricostruisca gli eventi o che chiarisca quanto accade sulla scena.

L’elemento temporale, in una rappresentazione teatrale, è ciò che determina, più di ogni altra cosa, la caratteristica di alterità rispetto all’esperienza quotidiana. Sin dal tempo dedicato alle prove fino alla rappresentazione, i tempi teatrali prendono il sopravvento sul tempo individuale, coinvolgendo all’interno di coordinate extra-quotidiane anche il pubblico, che tornerà al proprio tempo abituale al calare del sipario.

Un’esperienza unica quella delle rappresentazioni classiche, lontana dai rumori della modernità, alle luci del tramonto si entra piano piano nell’atmosfera del mondo antico.

Il processo della catarsi tragica, così com’è delineato da Aristotele, prevede una profonda empatia tra il pubblico e l’azione drammatica, una sorta di transfert mediante il quale gli spettatori si identificano con le passioni rappresentate sulla scena.

In questa prospettiva, il fine della tragedia non è dunque solo artistico, ma anche psicologico e, in definitiva, educativo; la rappresentazione drammatica tende a produrre una forma istintiva di conoscenza, cosicché il pubblico esce dal teatro diverso da come vi era entrato.

In questo cinquantunesimo ciclo di rappresentazioni classiche, la catarsi tra pubblico, scena, attori e tragedia è dunque assicurata.

Per info: www.indafondazione.org

Per acquistare i biglietti: www.vivaticket.it

Riguardo Elisabetta Lucia Medaglia

Elisabetta Lucia Medaglia
29 anni, di Palermo, ho conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza nel 2014, mi sono abilitata prima come giornalista pubblicista e, in seguito, come Perito Grafologo Professionista , e sono cultore di Filosofia del Diritto presso l'università LUMSA di Palermo .

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