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Particolare dell'affresco del soffitto dell'Aula Magna della sede della facoltà di Giurisprudenza a Palermo
Particolare dell'affresco del soffitto dell'Aula Magna della sede della facoltà di Giurisprudenza a Palermo

Intervista ad Enrico Camilleri, coordinatore del corso di studi in Giurisprudenza

Sono le ore 17.45 quando mi accomodo nella stanza del professore Enrico Camilleri, per affrontare aida 2015 2 (2)con lui la crisi degli studi giuridici sulla base dell’articolo pubblicato dalla rivista ROARS e altresì trattato dalla nostra testata.

Ordinario di diritto privato, coordinatore del corso di studi e delegato del rettore per gli affari giuridici nel nostro ateneo, sembra fare più il ruolo di  mediatore più che di coordinatore…

Si cerca di comporre i conflitti. No, si cerca di fare funzionare una macchina complessa. A differenza di altri ambiti il nostro corso di laurea coincide con il dipartimento e per la parte della didattica è un corso uno e trino perché presente, oltre che a Palermo, a Trapani e ad Agrigento.

È di qualche giorno fa un articolo, pubblicato sulla rivista “il Mulino”, che racconta la contrapposizione tra l’Italia e l’estero rispetto agli investimenti sull’università. Con una approssimativa parità del numero degli studenti, a fronte di 954 docenti di “Roma tre”, nell’università di Manchester ci sono 5600 insegnanti; ben 4500 in più. Per quanto riguarda, invece, il personale amministrativo, gli italiani sono solo 697 a fronte dei colleghi inglesi che sono 5800. Badi che il personale amministrativo è molto importante perché consente di sgravare i docenti  delle impellenze burocratico amministrative.

In Italia abbiamo assistito a un eccesso di burocratizzazione dell’università. Ciascuno di noi deve dedicare delle ore a queste procedure legate a un elemento di distorsione del sistema dell’università che è l’ANVUR. Preferirei un sistema come quello anglosassone, dove l’autovalutazione c’è da tempo e funziona ma non si svolge chiamando l’intero sistema a distrarre se stesso dalle sue funzioni  principali. Noi, infatti, abbiamo una versione in salsa italica caratterizzata dall’appesantimento burocratico, che si sposa  bene con una concezione asfittica dell’università la quale è mortificata nel suo ruolo di propulsore di idee, energie e risorse e lasciata annegare in questa continua moltiplicazione di tabelle, parametri, indicatori, che producono l’unico disastroso effetto di sottrarre tempo alla didattica e alla ricerca.

Il sistema accademico si basa sul costo standard…

Noi paghiamo, intanto la riduzione dell’FFO (NDR: Fondo di Finanziamento Ordinario) che è stata una scelta miope dei governi di tutti i colori da almeno dieci anni in qui, seppure attuata  nel quadro di una necessaria attività di contingentamento della spesa pubblica: in pratica non si è stati in grado di discerne tra spesa produttiva ed improduttiva . Un miliardo in meno in cinque anni a fronte di  un sistema  universitario che ha delle propaggini che non funzionano, ma che nel suo complesso è sano equivale a dire di un sistema messo in ginocchio. Nessuno ha il coraggio di dire che le università telematiche, al pari di molte articolazioni territoriali di Università tradizionali sono stati un elemento di distorsione del sistema. E questo non certo perché le telematiche abbiano aumentato la concorrenza – la quale è di per sé sacrosanta – ma perché hanno costituito la quintessenza di una distorsione dell’intero sistema di formazione superiore.

Questi dati  influiscono nel rendere pesante la formazione dello studente…

Su questo punto le dico subito un dato che attiene a giurisprudenza. Questa idea del sistema universitario immediatamente formante, che deve consentirti già dal giorno dopo di lavorare, è espressione di una lettura miope dal punto di vista culturale, frutto di un approccio ragionieristico o peggio di pressappochismo culturale, che ignora la complessità dei contesti . Come non esiste il medico del giorno dopo, non esiste, altresì, il giurista del giorno dopo. È necessario un completamento del percorso, un approfondimento. In un sistema distorto ciò è visto come un limite quando, invece, è una risorsa. L’esercizio della professione presuppone un ulteriore supplemento di formazione, oltre che un esame di stato, così com’è per l’appunto le professioni mediche.

Purtroppo, il nostro è un paese che risente di un’anestetizzazione del senso critico comune e che si ritrova su un piano inclinato dal punto di vista culturale. Un paese con il nostro patrimonio dovrebbe investire di più sulla cultura e sull’accademia e invece stiamo a discutere di costo standard.

Inoltre, si continua a fare questa continua critica sulla fuga dei cervelli. In realtà, i cervelli prima di fuggire sono formati. Il problema è allora semmai l’inserimento nel mondo del lavoro e questo prova che il sistema università regge o meglio cerca di non annegare. Buona parte della mia giornata non se n’è andata in ricerca – alla quale dovrò dedicare le mie ore serali – ma in problemi di natura amministrativa. Questo è folle.

Le basti poi considerare che tanti e tali sono stati i tagli al sistema di finanziamento della ricerca che  se domani mattina ricevo un invito ad un convegno importante, al quale decido di partecipare in funzione delle ricerche che sto conducendo, devo pagare da me la trasferta. Tragga lei le conseguenze.

Una provincializzazione dell’attività di ricerca e di confronto?

Ma anche il fatto che non tutti possono farlo . E penso soprattutto alla formazione all’estero dei più giovani.

Possibile solo ai più ricchi, si aumenta così il divario tra le parti della società…

Sì, esatto. Quello che critico è, anzitutto, la visione miope del futuro del paese, una visione che dovrebbe potenziare l’accademia come propulsore di idee e di energie. Del resto lo si vede anche analizzando il primato economico di alcuni paesi – per restare alla chiave di lettura principalmente usata – che questo deriva dagli investimenti sulla ricerca: prenda gli Stati Uniti o molti degli altri Paesi più avanzati.

Noi abbiamo eccellenze indiscutibili nel nostro paese; ma tutto ciò che viene realizzato, non è frutto della sapiente attività politica di programmazione degli investimenti, ma atti di “eroismo” individuale.

Forse bisognerebbe fare di più per creare una condivisione e un dialogo sui temi con gli studenti. Secondo lei gli studenti, a volte, sono vittime di questa burocratizzazione dell’accademia e vedono i docenti come lontani da loro?

Certamente, bisognerebbe procedere sinergicamente. La differenza tra studenti e docenti è il tempo di permanenza nelle università. Il periodo programmaticamente limitato che vede i primi interagire con il mondo universitario non dovrebbe rompere la solidarietà tra i due blocchi, tra chi lavora nelle Università e chi fruisce del servizio che queste rendono in termini formativi.

Dobbiamo però fare autocritica, noi docenti. Non siamo stati capaci di superare il legame con stagioni ampiamente alle nostre spalle. Non lanciamo – o non con le forme giuste – il grido di allarme che invece va lanciato alla società civile, studenti in testa, per fare fronte comune rispetto al corso di un sistema che non mette nelle condizioni di progredire ma impone solo di provare a sopravvivere. Quando vivi in un paese che impone alla propria accademia di lottare per la propria sopravvivenza, piuttosto che programmare la propria crescita, hai il sintomo di una doppia distorsione: innanzitutto, quella di un paese che non ha le risorse e, se le ha, non capisce come usarle – caso italiano – ed al tempo stesso la creazione di un circolo vizioso perché, tanto minore è l’informazione che viene proiettata all’esterno, tanto minore è la sensibilità nei confronti dell’importanza della ricerca e del suo ruolo per il progresso del Paese.

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Volantino dell’evento “Per una primavera delle università”.

Le responsabilità sono corali, anzitutto certo del decisore politico, ma non meno gravi anche dell’intera società civile e del senso di acritica rassegnazione di cui è prigioniera.

In quest’ottica, non le nego che auspicherei che queste aule possano tornare ad essere la sede di discussione anche su temi civili. Le faccio un esempio: il Ddl Cirinnà. Queste aule dovrebbero vedere animato un dibattito, non per forza istituzionale, anche attraverso l’apertura serale. Devo dire che in questa direzione va, ad esempio, la decisione del rettore Micari di lavorare per rendere possibile l’apertura prolungata delle biblioteche. Ma è un processo enormemente difficile perché bisogna fare i conti con ristrettezze di bilancio e con le tante problematiche di un ateneo grande come il nostro.

Qual è il dato circa le immatricolazioni a Giurisprudenza?

Se le dessi immediatamente i numeri il dato farebbe impressione perché nel 2011 l’allora facoltà di Giurisprudenza contava 1045 matricole. Dal 2013 abbiamo introdotto però il numero programmato. Noi programmiamo di potere accogliere, per il canale di Palermo, soltanto 700 studenti per ciclo di offerta formativa. L’indubbia flessione che ha visto assestarsi le immatricolazioni a quota 600/580 deve dunque essere raffrontata con questa scelta del Consiglio di Corso di Studi sebbene sia innegabile e preoccupante il crescere dello scarto tra quello che noi programmiamo e gli immatricolati. Non a caso il Rettore ha, non più tardi di qualche settimana fa, usato l’immagine della chiamata “alle armi” dell’intero Ateneo per fronteggiare questa tendenza che, nella cornice di un sistema che sempre più prende a reggersi sul finanziamento per costo standard/studente, rischia di creare una spirale pericolosissima.

Un calo delle immatricolazioni direttamente proporzionale a quello di tutto l’ateneo; è immaginabile che l’aspetto socio-economico abbia una certa rilevanza?

Sì, è assolutamente in linea con l’ateneo. Bisogna dire, pure, che chi sceglie Giurisprudenza non passa ad altri corsi di laurea. Negli ultimi tre anni, da quando io ho assunto questa responsabilità, abbiamo registrato, addirittura, passaggi in entrata da altri atenei e da altri corsi di laurea, ma soprattutto non abbiamo abbandoni. Chi si iscrive lo fa per convinzione e, seppur con ritardo, non abbandona.

Quando io stesso frequentavo il corso di Giurisprudenza, la facoltà scontava, avendo il numero libero, il soprannome di “facoltà parcheggio”, specie per gli studenti meno motivati. Molti di quelli che si iscrivevano a Giurisprudenza lo facevano solo per dare una collocazione  al proprio status di studente universitario. Adesso la combinazione fra crisi economica e numero programmato fa sì – magra consolazione – che chi si iscriva lo faccia per effettiva convinzione.

Riguardo alle cause, ha enunciato già la prima..

Sì, la causa ambientale, legata al dato socio economico del territorio  è indiscutibile. Riguardo alle altre non saprei istituire un preciso  ordine gerarchico: ci confrontiamo però con tante concause e tra queste il blocco del turn over nella Pubblica Amministrazione ha pesato molto. Uno degli ambiti di sbocco principale, al di là delle professioni forensi, dunque magistratura, avvocatura e notariato,  e al di là di sbocchi sempre più rilevanti ma ancora di nicchia, come l’accesso a istituzioni quali la Banca d’Italia, l’Autorità Garante della Concorrenza nel Mercato, la CONSOB e così via, resta quello nella nella PA. Il blocco del turnover ha così contribuito a creare una specie di collo di bottiglia.

Quelle rare volte che viene bandito un concorso, persino un concorso in magistratura, si registra, a fronte dei 200/300 posti messi a bando, un numero di partecipanti nell’ordine delle migliaia. Cosa che prima non accadeva perché ci si presentava a quel tipo di concorsi soltanto con ben altre motivazioni. Adesso c’è un numero dei laureati in Giurisprudenza che non trova accesso negli sbocchi tradizionali e quei pochi che si schiudono – quello in magistratura è tra quelli che non ha subito blocchi del turn over e conseguente compressione, così anche quello in notariato – fa registrare un innaturale e preoccupante overbooking di domande.

Quindi nessuna bolla formativa?

Dal punto di vista della qualità della formazione, quella del laureato in Giurisprudenza non sconta particolari criticità nel senso che i corsi di laurea in Giurisprudenza hanno mantenuto un’adeguata capacità formativa. Tuttavia, una distorta capacità informativa, anche esterna, ha fatto percepire come migliori altri percorsi formativi per certi ambiti – non quelli tradizionali – legati al mondo dell’impresa. Questi percorsi non sono, però, sovrapponibili a quello giuridico.

Questo non vuol dire che il percorso  di studi non debba essere ciclicamente ripensato e adeguato alle esigenze del mondo del lavoro.

Il decreto istitutivo della laurea magistrale in Giurisprudenza è particolarmente ingessato, rigido, non consente di creare curricula o percorsi, ma questo dato non è noto ai più. È però pur tra le maglie strette di questo impianto che noi, come altre università, abbiamo provato a usare tutti i margini di flessibilità a disposizione.

Abbiamo da poco varato  una modifica molto incisiva della nostra offerta formativa, al fine di rendere possibile, da un lato il suo ammodernamento e, dall’altro la flessibilizzazione e personalizzazione del percorso formativo dello studente. Questo è stato possibile con uno sforzo corale di tutti i colleghi e degli studenti. Si è lavorato molto bene ed è stata un’esperienza molto positiva.

Che cosa prevede questa nuova offerta formativa?

Una riduzione del numero degli insegnamenti classici con l’inserimento, dentro il percorso comune, di elementi di personalizzazione del piano di studi. Piuttosto  che prospettare scelte vincolate allo studente, si dà la possibilità di scegliere tra due o più opzionalità, all’interno del medesimo percorso comune. Lo studente può, così, strutturare il proprio piano di studi come meglio ritiene utile in funzione dei propri obiettivi, delle proprie vocazioni ed aspirazioni professionali. All’ultimo anno abbiamo inoltre immaginato dei percorsi professionalizzanti: lo studente, già maturo, che ha completato il percorso, in funzione di quello che vuole fare in futuro, potrà inserire nel proprio piano di studi degli insegnamenti vocati con una precisa caratterizzazione culturale.

Tutto questo è stato immaginato tenendo conto dalle istanze provenienti dai cosiddetti portatori d’interesse, dal mondo del lavoro dunque, con un investimento sull’internazionalizzazione mediante insegnamenti in lingua inglese e mediante il potenziamento delle relazioni internazionali. Gli studenti incoming, del resto, di semestre in semestre, non sono mai mancati.

I percorsi quali sarebbero?

I percorsi sono tre: uno civilistico e di impresa, uno penalistico, uno per giurista delle pubbliche amministrazioni e delle istituzioni sovranazionali. Tre “contenitori” all’interno dei quali lo studente può scegliere delle materie che garantiscono un approfondimento di quegli ambiti disciplinati che, per ragioni di tempo, il percorso comune impone di contingentare.

Abbiamo poi ribadito la possibilità di accedere, all’interno del percorso comune, a un percorso d’eccellenza. È questa una direttiva d’ateneo che abbiamo subito sposato. Vi sono degli insegnamenti che formano in pratica un percorso  compatto,  parallelo a quello comune ed a numero chiuso su basi di merito. Vi si accede al II anno, sulla base di determinati requisiti di media e del numero di insegnamenti già superati. Il percorso si compone di insegnamenti tutti in lingua inglese particolarmente caratterizzanti.

Forse, non tutti sanno che i laureati italiani in giurisprudenza sono considerati dai funzionari di Bruxelles tra i più preparati, sebbene spesso penalizzati in sede concorsuale dalla non perfetta conoscenza linguistica. A parità di preparazione prevalgono quindi i laureati di altri paesi.

Tutto questo rende il  corso di studi più ricettivo?

E’ la nostra scommessa. Non voglio fare nessuna difesa d’ufficio ma posso dirle che ci sono molti docenti di questo corso di studi  – come di altri dipartimenti e corsi di laurea dell’Ateneo – hanno insegnato o insegnano all’estero.

Secondo punto: forse, non tutti sanno che in ambito giuridico, tra i manuali più diffusi in Italia in molte discipline  vi sono testi di professori che insegnano qui a Palermo, in questo corso di laurea precisamente.

Le dico, inoltre, che i numeri dei principali concorsi pubblici (magistratura, avvocatura dello stato, notariato) continuano a darci ragione, con percentuali di idonei superiori alla media. Non è un caso, poi,  che molto spesso questi stessi vincitori di concorso, oltre ad essersi laureati in questo Ateneo, abbiano anche fatto qui un percorso formativo di specializzazione o di dottorato. Insomma, i riscontri di buono stato di salute complessiva non mancano, nonostante la flessione del numero di immatricolazioni.

Che ne pensa della soluzione offerta da Caso nell’articolo pubblicato su ROARS quando sembra indicare il fatto che i giuristi debbano ripensare il proprio lavoro immaginandosi come dei problem solver? Il nostro corso di studi prepara a questa soluzione lavorativa, essendo un corso basato su prospettive di formazione generale e non strettamente caratterizzante?

Difendo pienamente questa impostazione. Noi non dobbiamo trasmettere una conoscenza specifica, dobbiamo trasmettere gli strumenti generali che possano consentire al giurista di potersi adattare ed affrontare di volta in volta le più diverse situazioni. Dobbiamo trasmettere innanzitutto un metodo di lavoro ed un bagaglio di conoscenze che possa permettere al nostro laureato di riuscire a risolvere tutte le questioni gli si presentino, studiando, documentandosi sulle novità, ma forte di basi culturali solide.

L’obiettivo è formare un giurista che sappia leggere il fatto e abbia la capacità di individuare problemi ed escogitare soluzioni. Per fare questo non serve una formazione iperspecialistica, la quale condannerebbe il bagaglio di conoscenze del laureato in Giurisprudenza ad un inesorabile, rapido, processo di obsolescenza. Penso che l’idea di un bagaglio di conoscenze tutto legato alle esigenze lavorative del momento partecipi della deriva di cui parlavamo all’inizio.

 

Riguardo Andrea Cannizzaro

Andrea Cannizzaro
Nato il 29 luglio 1994 a Palermo dove frequento il corso di studi in Giurisprudenza. La mia mail è andreacannizzaro94@gmail.com

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