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Fonte: www.oi60.tinypic.com
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Alla fiera dell’est

In Italia si convive con varie manifestazioni in cui gli animali vengono sfruttati dall’uomo.

Queste realtà, piccole e grandi, sono giustificate facendo appello alla tradizione.  Come se rinunciare a fiere con animali significasse rinunciare a un pezzo d’identità culturale del Paese.

Sono ben altre le tradizioni di cui andare orgogliosi in un paese che vuole definirsi civile.

Ciò che dovrebbe divertire adulti e bambini provoca sofferenza psicologica e fisica evidente agli animali, e il modello educativo rispecchia la prevaricazione del più forte sul più debole.

Si pensi alla pratica legata agli uccelli da richiamo, utilizzati nell’attività venatoria e simbolo delle fiere stesse. Ogni anno migliaia di merli, cesene, allodole, tordi bottacci, tordi sasselli, nel periodo della migrazione, vengono catturati nelle reti dopo essere stati attirati da altri uccelli che, chiusi nelle loro gabbiette poste in prossimità delle reti di cattura, hanno il compito di cantare per intrappolare i loro simili.

Non c’è legge che possa giustificare una vita così misera, né regolamento che possa prendere il sopravvento sul concetto di empatia nei confronti di esseri che hanno la sventura di appartenere ad una specie diversa dalla nostra, il che, a detta di alcuni, ci autorizza a sfruttarli, sottometterli e a considerarli nostra proprietà.

Cosa c’è di appagante in animali stipati in piccole gabbie 24 ore su 24, gabbie dalle quali queste creature osservano la nostra libertà?

Chi legge provi a immaginare, solo per un istante, di trovarsi al loro posto. In nome della “tradizione” c’è ancora chi è convinto di poter giustificare davvero qualsiasi cosa.

Non sono felici, non possono muoversi in spazi adeguati, le loro “case” recintate non assomigliano minimamente agli ambienti di provenienza. E, per di più, spesso sono costretti alla fame, fino a che non ce la fanno più, si accasciano, e muoiono.

Purtroppo la sorte degli animali che vivono in cattività interessa alle associazioni animaliste e a pochi altri.

Si tratta di realtà proposte al pubblico con diversi nomi: zoo-safari, parchi natura, acquari, mostre faunistiche, fattorie didattiche, zoomarine, bioparchi.

Nomi esotici e ultramoderni, dietro cui, in realtà, si nascondono spesso strutture polverose, fatiscenti, gestite in totale sfregio delle normative, dove imprenditori e famiglie circensi possono liberamente esporre ogni specie di animale esotico: leoni, tigri, lemuri, scimpanzé, giraffe, boa, coccodrilli, cicogne, cammelli, e così via.

Ad oggi l’uomo dovrebbe aver sviluppato una sensibilità e un rispetto diversi nei confronti degli animali.

Dovrebbe, infatti, prevalere l’idea che sia meglio osservarli e garantirne la sopravvivenza nel loro ambiente naturale e non in aree delimitate e ambienti artificiali, dove la maggior parte degli esemplari vede le proprie abitudini istintive e sociali represse, dove sono costretti a vivere un’intera vita in pochi metri quadri, con poco cibo, esposti al caldo o al freddo, comunque sia, a temperature, per loro, innaturali.

In molte strutture poi, mancano i fondi, ma non si vuole rinunciare alla possibilità di mettere in vetrina animali che normalmente si vedono solo nei documentari.

Ma non è soltanto il caso di fiere e circhi, anche entrare in un negozio di animali significa cominciare ad assistere alla tortura.

Pesci d’ogni genere tenuti in acquari super affollati, tartarughe costrette in vaschette e acquari molto piccoli, pesci tropicali tenuti in bicchieri di plastica, decine di uccellini tutti nella stessa gabbia.

E come non dimenticare il fenomeno dei pesci rossi sotto resina, resinati vivi per poi essere acquistati da “appassionati” di questa ripugnante arte.

Animali vivi come portachiavi, pesci rossi e tartarughe murate nella plastica, sono solo alcune delle aberranti pratiche cinesi.

Un portachiavi con dentro un pesciolino rosso o una tartaruga, da portare a spasso come portafortuna o per attaccarci le chiavi, sono all’ordine del giorno.

Peccato che non si tratta dei classici portachiavi finti col peluche o  con il pupazzetto di plastica; stavolta, infatti, l’animaletto che pende dal portachiavi è vivo, o meglio, murato in una sorta di minuscola tomba, con l’esserino rinchiuso nell’acqua colorata di nutrienti, in un ambiente a dir poco stantio e soffocante.

Ormai i portachiavi con animali vivi sono diventati molto comuni in Cina, venduti nelle stazioni della metropolitana e dei marciapiedi e, soprattutto, pare siano completamente legali.

Ovviamente i venditori sostengono che gli animali possono sopravvivere mesi in uno spazio così angusto perché è ricco di nutrienti, ma, secondo i veterinari, i pesci e le tartarughe non sopravvivono molto a lungo in un sacchetto di plastica sigillato: presto resteranno, infatti, a corto di ossigeno.

È un vero e proprio atto di maltrattamento nei confronti degli animali che necessita che un tale commercio finisca così da permettere agli animali di poter vivere.

Difendere gli animali, infatti, non è un atto di compassione, ma un atto di giustizia.

Fonte: www.zoelagatta-d.blogautore.repubblica.it
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Fonte: www.vivaillupo.it
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Fonte: www.senigallianotizie.it
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Fonte: www.cdn.tuttozampe.it
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Riguardo Elisabetta Lucia Medaglia

Elisabetta Lucia Medaglia
29 anni, di Palermo, ho conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza nel 2014, mi sono abilitata prima come giornalista pubblicista e, in seguito, come Perito Grafologo Professionista , e sono cultore di Filosofia del Diritto presso l'università LUMSA di Palermo .

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